giovedì 26 aprile 2018

Peter Carey, "La ballata di Ned Kelly" ed. 2002


                                          Voci da mondi diversi. Australia

Peter Carey, “La ballata di Ned Kelly”

 Ed. Frassinelli, pagg. 449, Euro 17,00

Il titolo originale del nuovo libro dell’australiano Peter Carey è “La vera storia di Ned Kelly”, ma Carey stesso ha detto che, di vero, c’è solo il 2% nella storia dell’ eroe fuorilegge Ned Kelly. Forse è allora più indicato il titolo italiano che già suggerisce il sapore popolare di questo libro, che ha il ritmo e la forza del linguaggio parlato, di quei racconti ripetuti da una bocca all’altra, magari aggiungendo un po’ di colore ogni volta, attorno ai fuochi, con i bicchieri in mano. Australia, seconda metà dell’800. E’ una colonia inglese e gli inglesi sono i padroni, quelli che hanno la terra migliore, quelli che espropriano con qualunque pretesto gli agricoltori poveri. Il padre di Ned Kelly era stato deportato dall’Irlanda, e il ragazzo non sa perché. D’altra parte suo padre era morto quando lui aveva 12 anni e Ned si era ritrovato a fare l’uomo di casa e ad aiutare la madre e una nidiata di fratellini. Una vita durissima, a combattere contro la natura inclemente, a difendersi contro le violenze e i soprusi: sappiamo che siamo in Australia perché la terra sconfinata, i fiumi in piena, gli animali e la vegetazione sono australiani, ma, per quello che riguarda i rapporti tra gli inglesi e gli irlandesi, la storia potrebbe anche svolgersi in Irlanda.
I ragazzi Kelly sono cresciuti ascoltando la mamma raccontare le leggende di Deirdre e di Cuchulainn con il suo carro da guerra, e della banshee che è una messaggera di morte. Quella che leggiamo noi è la storia ritrovata in un manoscritto di Ned Kelly che racconta la sua vita alla figlia che non ha mai conosciuto, perché sappia la verità su suo padre, morto per impiccagione a 26 anni. Perché sappia che è stato spinto a fare quello che ha fatto, fino agli assalti finali alle banche e a quello scontro grandioso in cui lui era apparso con un’armatura di ferro costruita con le lame degli aratri.
Ogni capitolo è preceduto da una registrazione del documento indicante il numero di pagine, il tipo di carta su cui è stato scritto e un breve sommario degli avvenimenti. Una vita breve, eppure vissuta così in fretta e con così tante esperienze. Non aveva ancora 16 anni quando aveva ferito un uomo per la prima volta. La prigione a 17 anni. E poi ancora 3 anni di lavori forzati che gli strapparono di dosso “l’ultima speranza di gioventù quando non avevo ancora baciato una ragazza pur avendo l’età per essere sposato”. Un fratello scapestrato. Il tradimento della mamma adorata che sposa un ragazzo della sua età (“avrei potuto essere io”). La mamma in prigione. Scene di inseguimenti, fughe a cavallo, attraversamenti di fiumi in piena, furti di bestiame, una storia western con un personaggio che è il Robin Hood della situazione, l’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri, che scrive come parla. Un linguaggio vivo, colorato di parolacce, in cui il discorso diretto è riportato senza punteggiatura, e le azioni non sono filtrate da interpretazioni psicologiche.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





mercoledì 25 aprile 2018

Kawakami Hiromi, “La cartella del professore” ed. 2011


                                                   Voci da mondi diversi. Asia
          love story
          il libro dimenticato

Kawakami Hiromi, “La cartella del professore”
Ed. Einaudi, trad. A. Pastore, pagg. 181, Euro 15,42   

     I romanzi di Kawakami Hiromi hanno una leggerezza che me li fa definire ‘ariosi’, come ho già scritto dopo aver terminato la lettura de “Le donne del signor Nakano”. Kawakami Hiromi è una scrittrice che riesce a tessere una trama come fosse la ragnatela di un ragno- due personaggi, un bar, un ryokan su un’isola: è tutto qui, e noi restiamo irretiti.
    Non succede quasi nulla ne “La cartella del professore”. Tsukiko incontra per caso il suo vecchio professore di giapponese in un nomi-ya dove va sempre a bere saké, caldo o freddo, o magari birra, e a mangiare qualcosa. Lei ha trentotto anni, ne è passato del tempo da quando seguiva le sue lezioni. Lui è anziano, anche se Tsukiko non vorrà mai ammetterlo. E’ lui a riconoscerla.
Lei lo chiamerà sempre ‘prof’, lui la tratta, a volte, come se fosse ancora l’alunna che non sta abbastanza attenta alle lezioni. Non si danno mai appuntamento, si incontrano quando si incontrano, per caso. Tsukiko osserva che hanno gli stessi gusti, ordinano le stesse cose, bevono tazza dopo tazza di saké e quando se ne vanno via, ognuno per conto proprio, sono tutti e due un poco brilli. Parlano pochissimo. Eppure, quando per qualche sera di seguito il professore non si fa vivo, Tsukiko si preoccupa, non vuole ammetterlo con se stessa ma sente la sua mancanza.
    Il centro della vicenda è quando il professore chiede a Tsukiko se vuole partecipare alla festa per il fiorire dei ciliegi- ci saranno gli altri professori, sarà nel giardino della scuola. E lì Tsukiko incontra due persone- una professoressa che era ed è ancora molto bella ed un vecchio compagno di classe. Il professore sembra trovare piacere nella compagnia della professoressa Ishino- è perché si sente un poco gelosa che Tsukiko accetta la corte di Kojima, con cui era già uscita al liceo? Lui è attraente, garbato. Si incontreranno parecchie volte, lui la invita ad andare via insieme due giorni, in un ryokan dove si mangia bene. Tsukiko è tentata, ma tergiversa, poi rifiuta. Piuttosto, quando rivede il professore nel solito nomi-ya, dopo un lungo periodo in cui non lo aveva più visto, è lei, Tsukiko, a chiedere al professore di passare due giorni insieme in un ryokan.

   La storia d’amore raccontata da Kawakami Hiromi è insolita- insolita per i nostri tempi in cui, nella maggior parte dei romanzi, l’uomo e la donna finiscono a letto subito dopo il primo incontro, insolita per la delicatezza con cui la solitudine dell’uno e dell’altra affiora in ogni pagina. A noi lettori capire e interpretare, ognuno a suo modo, il significato profondo di questo amore. Perché Tsukiko non accetti l’amore che le viene offerto dall’uomo che sarebbe più adatto per lei per età, anche se le piace, e si offra invece all’anziano professore. E’ più comprensibile perché questi, che è stato sposato e abbandonato dalla moglie, ricambi, con timidezza, quasi con ritrosia, il sentimento e le esplicite avances di Tsukiko- d’altra parte, la scena centrale, quella della fioritura dei ciliegi in cui il vento fa cadere i petali nelle tazze, era un chiaro simbolo della bellezza effimera e della necessità di goderne al momento.
Anche la cartella da cui il professore non si separa mai, che si identifica con lui e con il suo passato, può essere un simbolo, può dare un significato a questa storia breve come un haiku- uno di quelli che Tsukiko non ascoltava mai durante le lezioni e che ora compone lei stessa insieme al professore.



domenica 22 aprile 2018

Jane Urquhart, “Le fasi notturne” ed. 2018


                                                           Voci da mondi diversi. Canada


Jane Urquhart, “Le fasi notturne”
Ed. Nutrimenti, trad. D. Di Marco, pagg. 336, Euro 16,15

   Alla fine degli anni ‘50 gli aerei che dall’Europa volavano in America facevano scalo all’aeroporto di Gander, in Terranova, per rifornimento di combustibile.  Tamara, partita dall’Irlanda per fuggire da un amore che non avrebbe mai avuto un esito felice, vi resta bloccata per tre giorni a causa della nebbia. Ha tutto il tempo per contemplare il gigantesco murale dipinto da Kenneth  Lochhead, e per ricordare.
    La storia di Tamara è una delle quattro storie raccontate nel romanzo “Le fasi notturne” della scrittrice canadese Jane Urquhart- a volte le storie si sfiorano, a volte scorrono parallele, a volte si intrecciano, con un paio di personaggi presi dalla realtà, il pittore Kenneth Lochhead e il poeta irlandese Kirby e la stessa Tamara, che ha pilotato aerei durante la guerra, è ispirata alla figura di Vi Milstead Warren, pilota canadese parente della Urquhart. Tamara ha nostalgia di quel tempo di azione, disegna i modelli degli oltre quaranta tipi di aereo che ha pilotato, ricorda un primo breve matrimonio e poi quello con l’amico d’infanzia che l’ha portata a vivere in Irlanda dove, rimasta vedova, aveva conosciuto il meteorologo Niall, l’amante da cui si è allontanata.
murale dell'aeroporto di Gander
    Niall e soprattutto suo fratello Kieran sono i personaggi principali del romanzo, segnati dalla tragica morte (suicidio?) della madre. Niall, di nove anni più grande di Kieran, che era abituato a primeggiare, ad essere il figlio brillante che frequentava l’università a Dublino, mentre Kieran aveva interrotto gli studi, preda di attacchi furibondi di rabbia immotivata che solo Gerry-Anne, la donna che veniva a far le pulizie in casa loro, sapeva gestire. E così il padre aveva acconsentito che Kieran andasse a vivere con Gerry-Anne che era riuscita ad insegnargli a fare lavori manuali e perfino a farlo studiare qualcosa. Finché erano apparse le biciclette. Erano apparse dal nulla, appoggiate al muretto, prima una, poi due- erano diventate una dozzina. Erano le biciclette abbandonate dagli uomini che emigravano in cerca di fortuna- non c’è lavoro per nessuno in Irlanda, negli anni ‘50.

      Una gara ciclistica- la famosa Ras Tailteann in otto tappe per più di mille chilometri che attraversa tutta l’Irlanda- è il nodo centrale del romanzo, così come viene raccontata, in terza persona, ma è come se Niall stesse parlando a Tam, per spiegarle il suo senso di colpa. Niall non sapeva che anche suo fratello gareggiasse, non pensava che avrebbe potuto avere la minima possibilità di vincere con quella bicicletta sgangherata. La gara diventa una gara tra due fratelli, ma c’è altro che Niall non sa. Lui, Niall, corre per vincere, perché è sempre stato il primo. Il premio in palio per Kieran è, invece, la fidanzata di suo fratello. Dopo la gara Kieran scompare, arrivano le voci più strane su di lui, su dove sia, inafferrabile come la Primula Rossa. Quando Niall andrà a cercarlo a New York, non lo troverà.

     Questa, sullo sfondo di un’Irlanda descritta da qualcuno che deve amarla molto e conoscerla bene, è la parte più interessante del romanzo, quella che ci coinvolge di più con le sue storie di emigrazione, leggende, natura selvaggia e uomini solitari, e che finisce per essere una storia di rivalità famigliare. Il filone che ha per protagonista Tamara che guarda affascinata il murale è più pallido e quello del pittore Kenneth Lochehad che ha riversato nel murale episodi e incontri della sua vita si collega debolmente agli altri due e finisce per stancare un poco.
   Anche se non posso dire che “Le fasi notturne” sia un romanzo perfettamente riuscito, l’Irlanda e Kieran sono invece due personaggi straordinari- ci sembra di vedere l’una e l’altro, un paese bellissimo con il drammatico passato della carestia e della guerra civile e un giovane uomo che si è costruito una vita mettendo alla prova la sua forza fisica per dimenticare la voce della madre e del suo amante.

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sabato 21 aprile 2018

Guillermo Saccomanno, “77” ed. 2010


                                                          Voci da mondi diversi. America Latina
                                                            la Storia nel romanzo

Guillermo Saccomanno, “77”
Ed. Tropea, trad. Francesca Pe’, pagg. 285, Euro 16,90


  Buenos Aires, inverno 1977. Il generale Videla si è impadronito del potere con un colpo di stato un anno prima, il 24 marzo del 1976. Sembra che piova sempre, quell’inverno. Sembra che faccia più freddo del solito. Oppure è il terrore, che pare di poter palpare con le mani nelle strade, che fa tremare la gente. Le Falcon verdi strisciano come serpenti per la città. Quando si accostano a qualcuno per strada, anche solo per un controllo, il cuore del malcapitato salta un battito. Si ferma del tutto per la paura quello degli abitanti del palazzo davanti al cui portone frena una Falcon. Le persone incominciano a scomparire. Alcune scompaiono perché vanno in clandestinità. Altre perché vengono arrestate. Non si sa che fine facciano. Per la Giunta militare quelle persone non sono mai esistite. Per tutti diventeranno los desaparecidos, tristissima parola che si diffonderà per il mondo così, in spagnolo. Ogni giovedì le madri si riuniscono in Plaza de Mayo per protesta, perché si riconosca la scomparsa dei loro figli arrestati perché dissidenti, perché vengano restituiti i loro corpi.

     Il romanzo “77” dello scrittore argentino Guillermo Saccomanno- bello, angosciante, nerissimo del nero più nero che non è quello della finzione narrativa ma della realtà- è ambientato in questa Buenos Aires del 1977, in quei mesi che per noi sono l’estate e laggiù sono inverno. La voce narrante è quella del cinquantaseienne professor Gómez, insegnante di letteratura inglese, dichiarato omosessuale. Peccato che, data l’età del protagonista, non si possa parlare di romanzo di formazione, perché “77” è di certo la storia di un uomo che cambia con la lezione della Storia. Ed è importante che il professor Gómez sia omosessuale perché “77” è anche una storia di padri e figli e proprio lui, che di figli non ne ha, diventa il ‘padre’ di figli di altri, la sua preoccupazione e il suo interesse non sono per uno solo, carne della sua carne, ma per molti- potremmo quasi sentirlo dire, come il protagonista del dramma di Arthur Miller, “Sono tutti miei figli”.
    Quando Gómez inizia il racconto è ancora l’uomo di mezza età che occhieggia i ragazzi,  che elemosina un rapporto da un ex amante, che instaura una relazione con un poliziotto (accasato e con figli), come se il pericolo di quegli incontri aggiungesse un brivido di eccitazione prima di trasformarsi, più tardi, in un brivido di paura al pensiero di quello che il cinese Walter potrebbe scoprire. E intanto Gómez scrive un saggio su Oscar Wilde, il cantore dell’”amore che non osa dire il suo nome”. L’arresto di un suo alunno, Esteban Echagüe che, con i suoi capelli biondi, tanto stuzzicava il desiderio di lui, un cabecita negra discendente dagli indios, segna il punto di svolta nella vita del professore.
E’ un cambiamento graduale che lo porta dapprima a cercare di avere notizie del ragazzo tramite l’amante poliziotto, poi ad ascoltare i racconti del vecchio amico De Franco che condivide la disperazione della donna di cui è innamorato e il cui figlio è scomparso (si chiama Gabrielito come De Franco, ma lui non ne è il padre anche se si sente tale), fino a quando offre alloggio e nascondiglio ad una ragazza incinta: con lei si chiude il contorno del cerchio che è iniziato con l’arresto di Esteban. Per l’oggetto del suo desiderio trascinato fuori dall’aula, ecco in cambio, ospite in casa sua, la giovane Diana che avrà un bambino e che risveglia in lui sentimenti paterni. Diana è la compagna di un montonero, Martin, e, in questa che è pure una guerra generazionale, Martin verrà denunciato dal suo proprio padre. Mentre il padre della ragazza legata a Diana da un amore saffico grida, “L’avete uccisa voi”- e intende non i militari ma i ribelli che l’hanno contagiata con le loro idee. Il professor Gómez ha interrotto il saggio su Wilde, ora scrive un saggio sull’assenza- nel 1983, a fine dittatura, le persone scomparse saranno 30.000, 2300 gli omicidi politici. In piedi davanti alla classe di studenti il professore legge i versi dello scrittore e giornalista Sarmento (che fu anche il settimo presidente dell’Argentina, dal 1868 al 1874): “Non si possono uccidere le idee”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




venerdì 20 aprile 2018

Claudia Grendene, “Eravamo tutti vivi” ed. 2018


                                                                       Casa Nostra. Qui Italia
          romanzo di formazione


Claudia Grendene, “Eravamo tutti vivi”
Ed. Marsilio, pagg. 282, Euro 14,45

       Il tempo passa inutilmente e la morte cambia le cose dei vivi- è la frase che punteggia questo bel primo romanzo di Claudia Grendene, “Eravamo tutti vivi”, un titolo pieno di lacrime e di nostalgia.
   Eravamo- erano i sette amici ad essere tutti vivi agli inizi degli anni ‘90 del ‘900, a Padova. Agnese la mangia-uomini, Isabella la cui famiglia era passata dalla ricchezza alla povertà, la bellissima Anita dalla pelle scura perché la madre era marocchina, Chiara che non poteva permettersi una stanza in città e faceva la pendolare dal paese di campagna in cui viveva con la famiglia, Alberto, cugino di Anita, che beveva troppo da quando era morta sua madre, Elia, l’unico che non era studente, da sempre innamorato di Isabella, e Max, infine, lo stravagante Max che aveva sfidato a braccio di ferro perfino un professore e che guidava una Harley Davidson.
    Il romanzo inizia nel 2013- Agnese, ancora single, torna da Londra dove insegna all’università e telefona alle amiche. Max è morto in Messico, ci sarà una cerimonia funebre a cui saranno presenti tutti gli amici di un tempo. E, prima che il tempo si arrotoli indietro per raccontarci le storie dell’uno e del’altro, Chiara prende la bici e torna al Liviano per la prima volta dopo vent’anni. Gli studenti sono gli stessi anche se diversi, la frase cantilenante che festeggia i neo-laureati è sempre uguale, i cambiamenti sono altri, piccoli dettagli che solo chi ha visto in altri tempi le aule, la macchinetta del caffè, la fotocopiatrice, può riconoscere. Proprio come il lavoro, il matrimonio, i figli, hanno cambiato il gruppo di amici di un tempo.

Dal 2013 indietro, fino al 1994, il racconto è scandito in fasce di esperienza, a ritroso: sappiamo prima quello che accade negli anni delle separazioni, e prima ancora ci sono gli anni delle liti, quando i rapporti si incrinano (no, non tutti), e prima ancora gli anni dei matrimoni, quelli delle lauree e quelli dell’università. Seguiamo le tappe di ognuno di loro, il timido ingresso in università di Chiara e la difficile indipendenza di Elia con un padre semi-delinquente, i sacrifici e le ore di studio per arrivare alla laurea e la difficoltà di trovare lavoro, il desiderio di maternità, la perdita della propria identità di donna quando arriva un figlio, la crisi della coppia. Quelli che sembravano essere una coppia inossidabile si separano, si amano sempre, contro ogni divieto, quelli che invece hanno dovuto sposare qualcun altro. Le amicizie possono avere alti e bassi ma restano salde mentre la società cambia intorno agli ex ragazzi che hanno creduto di poter cambiare il mondo. E’ una Padova bellissima, una città che ci accorgiamo di non conoscere, quella in cui vivono i sette amici. Una città avvolta nelle nebbie invernali che si risveglia con la primavera, giovane della giovinezza dei suoi studenti contro la cui vivacità gli abitanti protestano pur avvantaggiandosene, testimone dei primi contrasti con gli immigrati che portarono al muro della vergogna per isolare il ‘ghetto’ di via Anelli.
   A intervalli regolari le pagine del diario di Max, l’antieroe del romanzo, il ragazzo segnato da un male di famiglia, traumatizzato da un padre violento, in cerca dell’amore esclusivo, si inseriscono nella narrazione principale e capiamo che la sua morte è coerente con la sua vita.

    “Eravamo tutti vivi” è un Bildungsroman corale, incredibilmente vivo in tutte le sue voci, tenere, scanzonate, arrabbiate, appassionate, culturalmente impegnate- è ‘la meglio gioventù’ quella che ritroviamo nelle pagine di questo romanzo. E ci prende la nostalgia non solo della giovinezza, di quando ‘eravamo tutti vivi’, ma soprattutto di un tempo in cui l’amicizia era forse ancora più importante dell’amore e le lezioni universitarie spalancavano le porte della conoscenza.

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mercoledì 18 aprile 2018

Indu Sundaresan, “La principessa indiana” ed. 2010


                                                           Voci da mondi diversi. Asia
                                                           la Storia nel romanzo

Indu Sundaresan, “La principessa indiana”
Ed. Sperling & Kupfer, trad. Claudia Lionetti, pagg. 360, Euro 19,90

    Il Taj Mahal in copertina, una donna avvolta in un sari che si appoggia ad una colonna, una luce dorata che colora l’aria. “La principessa indiana” di Indu Sundaresan parrebbe essere un romanzo sentimentale, una qualche ennesima storia d’amore al profumo di spezie orientali. Se diamo un’occhiata al titolo originale, Shadow Princess, possiamo correggere la nostra impressione e indovinare che ci aspetta qualcosa di diverso. Perché la Principessa ombra, forse in inglese ancor più che in italiano, suggerisce la figura di una donna forte che governa dietro- e non necessariamente in opposizione- chi è al potere. E il romanzo di Indu Sundaresan contiene anche delle storie d’amore ma è, soprattutto, un bel romanzo storico che ci racconta dell’impero moghul tra il 1631 e il 1666.
    Nel 1631, quando inizia la storia, la principessa Jahanara ha diciassette anni. E’ figlia dell’imperatore moghul Shah Jahan e di Mumtaz Mahal, la donna che sarà ricordata nei secoli a venire perché resa immortale dalla tomba di marmo bianco che il marito fa erigere per lei. Mumtaz Mahal muore dando alla luce il quattordicesimo figlio, una bambina. Soltanto sei dei figli sono vivi, nel 1631, quattro maschi e due femmine, Jahanara è la maggiore. Jahanara è l’unica che riesce a dare qualche conforto al padre, distrutto dal dolore, incapace di rassegnarsi, invecchiato nel giro di poche ore. Dall’amore di Jahan per la moglie e dalla disperazione per averla persa nasce l’idea, dapprima confusa, poi sempre più precisa e grandiosa, di un tempio a memoria imperitura. Il Taj Mahal, la Tomba Luminosa, sarà splendido, suggestivo, ricco di decorazioni, intarsi, pietre preziose, giochi di luce e di acque.

     La costruzione del Taj Mahal si protrae per ventidue anni e la scrittrice usa il mausoleo come fondale per la storia che racconta, misurando il tempo con quello delle opere in corso. Mentre l’imperatore Jahan è avvolto nella nebbia del suo lutto, iniziano le contese intorno a lui, girano voci che desideri abdicare, che gli succederà il primo dei figli maschi, che verrà nominato un reggente. Niente di tutto questo avviene, passano gli anni, il dolore sfuma nel ricordo, la principessa Jahanara è sempre vicino al padre che la consulta prima di prendere delle decisioni. Così vicino a lui da dare adito a pettegolezzi: è la sorella minore che contribuisce a diffonderli? Essere la prediletta del padre ha un prezzo alto: Jahan non vuole che la figlia si sposi. Chiuderà gli occhi, però, davanti alla relazione di Jahanara con un nobile di corte.
Aurengzeb
    Il figlio maggiore è destinato a succedere al padre, ma sarà il terzo, Aurengzeb (l’inglese Dryden scrisse un dramma in versi su di lui, nel 1675) a regnare: ne seguiamo la crescita, il fanatismo religioso, fino alla spietatezza con cui elimina i tre fratelli, possibili rivali, tenendo prigionieri il padre e la sorella Jahanara nel forte di Agra.
    “La principessa indiana” è un romanzo appassionante, perché la scrittrice riesce a dirigere il nostro sguardo sul passato e sull’inizio della dinastia moghul (che discende dal famoso Tamerlano), riallacciandosi a quanto avviene nel secolo XVII, spostando la scena tra Burhanpur, Agra, Delhi, al seguito della corte (con elefanti, eunuchi, l’harem, le tende imponenti, i tappeti, i gioielli la cui luminosità deve poter essere identificata con lo splendore del sovrano). C’è amore e guerra ne “La principessa indiana”. E, sullo sfondo, biancheggia eterno il Taj Mahal.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



martedì 17 aprile 2018

Vivek Shanbhag, “Ghachar Ghochar” ed. 2018


                                                         Voci da mondi diversi. Asia
               storia di famiglia

Vivek Shanbhag, “Ghachar Ghochar”
Ed. Neri Pozza, trad. Margherita Emo (dalla versione inglese di Srinath Perur), pagg.109, Euro 13,50
    

   “Vincent è il cameriere del Coffee House. Si chiama proprio così: Coffee House. Porta lo stesso nome da cent’anni.” Alle pareti del Coffee House sono appese vecchie foto che mostrano quanto fosse bella Bangalore un secolo fa. Il protagonista senza nome del breve romanzo “Ghachar Ghochar” di Vivek Shanbhag, scrittore indiano di lingua kannada, viene regolarmente al Coffee House, è il suo rifugio, il luogo dove si nasconde dalla sua famiglia, dove ogni tanto il compassato Vincent pronuncia delle frasi generiche che si adattano però perfettamente a qualunque domanda retorica gli venga fatta. A un ‘che devo fare, Vincent?’, il cameriere risponde ‘Lasci andare, signore’. Così come più tardi gli dirà, ‘il sangue non è acqua’.
    E’ un’introduzione breve e discreta ad una storia di famiglia di cui seguiamo l’ascesa e la caduta, non una caduta economica o sociale, ma una caduta etica. Nel secondo capitolo ci spostiamo dallo spazio chiuso del Coffee House allo spazio chiuso e ben più claustrofobico dell’abitazione dell’io narrante. Secondo un uso ancora molto comune, due generazioni vivono insieme- il padre e la padre (Amma e Appa), il fratello del padre, Chikkappa, la sorella maggiore del protagonista e questi insieme alla moglie Anita. C’è il ricordo del passato quando la casa era in un altro quartiere, piccola, buia e umida, un’infilata di stanze in cui non c’era posto neppure per un letto e dormivano per terra sulle stuoie, infestata dalle formiche, da eserciti di formiche. Poi il pensionamento anticipato del padre e il colpo di genio dello zio che aveva messo su un’impresa di importazione di spezie dal Kerala, il trasloco in una nuova casa con una stanza per ognuno. La ricchezza. Il non dover più contare i soldi.

   E però, anche: il matrimonio della sorella finito ben presto per la sua arroganza e supponenza, il passaggio di Appa ad un ruolo di secondo piano e la sua depressione, l’ozio delle lunghe giornate del narratore che è il direttore dell’impresa soltanto sulla carta e va in ufficio per fare nulla, il suo matrimonio con Anita, infine- un balzo in avanti nella società perché lei è figlia di un professore universitario-, che porterà all’esplosione la staticità della vita famigliare traboccante di cose non dette. Perché Anita non è come Amma, Anita è l’estranea che vede le realtà che si vogliono tenere nascoste, l’ipocrisia che si cela dietro la tranquilla routine. Anita non accetta di avere un marito che non ha un orario di lavoro perché di fatto non lavora, non accetta che si scacci come una mendicante molesta la donna che chiede di vedere Chikkappa (ed è chiaro che lui l’ha lasciata), minaccia di andare alla polizia e rivelare i traffici loschi che hanno fatto arricchire la famiglia.

   Durante la luna di miele, quando ogni giorno si scopre qualcosa l’uno dell’altro, Anita aveva ricordato ridendo quel frammento di lessico famigliare, quel Ghachar Ghochar inventato da suo fratello per indicare il disordine, un sovvertimento totale. Ecco, adesso è tutto un Ghachar Ghochar nella famiglia del narratore. Solo quando Anita si allontana per andare a trovare il padre le acque si calmano e tutto ritorna come prima. Si fa finta di niente, non è successo niente, “il sangue non è acqua”, come dice Vincent.
     Vivek Shanbhag non ha bisogno di centinaia di pagine per tracciare un profondo ritratto psicologico di una qualunque famiglia indiana. Non sente la necessità di portare il lettore per mano, di dirgli tutto. Eppure è tutto così chiaro, anche il non detto, soprattutto il non detto.

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