sabato 25 marzo 2017

Håkan Nesser, “Il dovere di uccidere” ed. 2017

                                                                        vento del Nord
         cento sfumature di giallo
         FRESCO DI LETTURA

Håkan Nesser, “Il dovere di uccidere”
Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 288, Euro 15,30

      Quattro allegri vecchietti hanno un insperato colpo di fortuna: una vincita alla lotteria. Vanno a festeggiare nel locale dove si incontrano abitualmente. Finiscono la serata ubriachi. Uno di loro, Waldemar Leverkuhn, finisce addirittura sotto il tavolo. Riesce comunque a rimettersi in piedi e a ritornare, in qualche maniera, a casa. Si getta sul letto senza spogliarsi. Sta russando quando qualcuno lo accoltella con violenza selvaggia, infierendo sul corpo già morto con più di una ventina di colpi. E’ la moglie che trova il cadavere e telefona alla polizia, quando rientra verso le due del mattino dopo aver fatto visita ad un’amica.
     Leggere un nuovo thriller dello scrittore svedese Håkan Nesser è sempre un rinnovato piacere, sia che il romanzo appartenga alla serie con protagonista Gunnar Barbarotti sia che invece abbia come ‘eroe’ il commissario Van Veeteren. Le trame di Nesser non hanno un ampio respiro come quelle del nostro amato Mankell, non spaziano in mezzo mondo, l’azione è circoscritta nelle cittadine immaginarie di Maardam (i romanzi con Van Veeteren, e Maardam non è neppure in Svezia, abbiamo l’impressione che sia nei Paesi Bassi) o di Kymlinge, in Svezia, quando Gunnar Barbarotti è il personaggio principale. E tuttavia c’è una leggerezza che non è superficialità, un umorismo sottile e continuo, del tipo che ti fa sorridere ‘dentro’, indispensabile per alleviare la cupa oppressione del Male con cui commissario e poliziotti si devono confrontare ogni giorno, c’è umanità ed empatia, preoccupazione per mantenere la propria integrità, per dare un senso alla vita in un mondo in cui troppo spesso la vita umana sembra non aver alcun valore.
il commissario van Veeteren sullo schermo
    Il personaggio di Van Veeteren è marginale ne “Il dovere di uccidere”, eppure è importante- è come se fosse un faro verso cui rivolgersi quando non si sa che direzione prendere, come condurre le indagini. Le sue dimissioni non sono ancora definitive, ma Van Veeteren ha deciso che non tornerà in polizia: ha quasi sessant’anni, un negozio di libri antichi, una donna che ama e riesce  quasi a fargli dimenticare l’ansia continua per il figlio. Il sovrintendente Münster- il vero protagonista di questa indagine- continua a considerarlo come un uomo dall’intuito eccezionale e si rivolgerà a lui per consigli e aiuto (tra parentesi, Van Veeteren gli salverà la vita), anche se la bravura di Münster non è da meno. E’ una bella figura, questo Münster che ha due bambini e una moglie di cui è innamorato e tuttavia si sente attratto dalla bella collega Ewa Moreno che ha appena lasciato il fidanzato.
Ewa Moreno nell'adattamento per la serie televisiva
Le piccole storie private di Münster e Moreno sono un diversivo, sono la rasserenante normalità che rischiara il buio che circonda gli altri personaggi. La calda atmosfera della casa di Münster, per quanto ci possa essere qualche dissidio con la moglie, è in forte contrasto con il gelo dell’abitazione dei Leverkuhn: come mai i due Leverkuhn non hanno più alcun rapporto con i tre figli di cui la primogenita è ricoverata in un ospedale psichiatrico?
    Non ho voluto dire altro della trama, di quello che accade dopo l’assassinio di Waldemar Leverkuhn, ma aspettatevi sparizioni, altri morti, una serie di colpi di scena con un colpo di coda finale.
Non vi pentirete di averlo letto.





venerdì 24 marzo 2017

Valter Hugo Mãe, L’apocalisse dei lavoratori ed. 2010

                                                     Voci da mondi diversi. Penisola iberica
           il libro ritrovato

Valter Hugo Mãe, L’apocalisse dei lavoratori
Ed. Cavallo di Ferro, trad. Antonietta Tessaro, pagg. 171, Euro 15,00

Titolo originale: o apocalipse dos trabalhadores


    Apocalisse: ‘togliere il velo’, ‘rivelazione’, in greco. L’apocalisse dei lavoratori dello scrittore portoghese Valter Hugo Mãe toglie veramente il velo che lascia solo intravedere la vita misera dei lavoratori, fatta di dura fatica e piccole speranze, umiliazioni e soprusi e brevi sprazzi di felicità di cui bisogna sapersi accontentare, con atavica rassegnazione.
    Due domestiche, un pensionato, un giovane immigrato ucraino: sono questi i personaggi principali di cui il lettore spia la vita. Una delle due donne, Maria da Graça, serve da unione  tra di loro. Sulla quarantina, sposata con Augusto che è spesso via per mare, Maria da Graça ha dei sogni ricorrenti che sembrano incubi: è alle porte del Paradiso, in mezzo ad una folla di gente che vuole entrare e ad un’altra folla che vende souvenir della vita terrena, davanti ad un severissimo san Pietro con cui lei si attarda a discutere. Maria da Graça sogna di essere morta ammazzata dal signor Ferreira, il vecchio pensionato sporcaccione che esige da lei altro che la pulizia della casa. E però è un uomo colto che le parla di musica, pittura, letteratura. Maria da Graça ha un’amica, Quitéria, che va a servizio come lei e con la quale si confida. Perché alla fin fine a Maria da Graça fanno piacere le attenzioni del ‘maledetto’ signor Ferreira e prova vero dolore quando questi si suicida gettandosi dalla finestra. E’ andata così che lui non ha ucciso lei ma se stesso.

    Quitéria ha meno reticenze dell’amica. A Quitéria piacciono gli uomini giovani. Gli immigrati dell’Est sono così belli, alti e biondi. All’inizio la sua relazione con il ventitreenne Andriy è solo fatta di sesso muto: come potrebbero parlare se lui non sa che poche parole di portoghese? Poi diventa altro, sia per lui sia per lei. Forse per lui Quitéria è un surrogato della madre, forse Quitéria prova anche un sentimento materno di protezione verso questo ragazzo che piange perché non ha più notizie dei genitori. E Quitéria spenderà tutti i suoi risparmi per due biglietti d’aereo per andare con Andriy in Ucraina.
    E’ la voce degli umili della terra, quella che sentiamo ne L’apocalisse dei lavoratori. Una voce che parla di lavoro, di fame, di morte, di dolore dell’esilio, di nostalgia, di isolamento culturale perché non si ha studiato o più semplicemente perché non si sa la lingua del posto dove il mercato dell’occupazione li ha portati. Qui e là, in Portogallo e in Ucraina. Nel Portogallo che per gli europei dell’Est è il ricco paese dove persino la rivoluzione si fa con i fiori (non era noto come ‘la rivoluzione dei garofani’ il colpo di stato che aveva instaurato il regime democratico?) e nell’Ucraina dove milioni di persone morirono di fame durante la carestia degli anni trenta, causata dalla collettivizzazione forzata voluta da Stalin. E la minaccia della polizia, insieme alla morte, serpeggia per tutto il libro. Nella cittadina di Bragança, dove vivono Maria da Graça e Quitéria, la polizia sembra sospettare che Maria da Graça sia responsabile della morte del pensionato; nella piccola Korosten il padre di Andriy ha il terrore che la milizia venga a cercarlo. Dietro i personaggi portoghesi, oltre alla morte del signor Ferreira, ci sono le storie di morte del padre dello stesso signor Ferreira e del ragazzino che cade dal tetto che sta riparando, della vecchia a cui le due domestiche fanno la veglia funebre per cinquanta euro (fare le prefiche è il loro secondo lavoro, su cui scherzano, tra il gioco e la paura di oscure presenze). Maria da Graça versa ogni giorno della varechina nella zuppa del marito, mentre in Ucraina c’è un ricordo di morte nel passato di spia del padre di Andriy…

     Il signor Ferreira parlava a Maria da Graça di Mozart, di Goya, di Proust. Il Requiem di Mozart è la colonna sonora che meglio accompagna il romanzo, le tinte forti e cupe di Goya sono quelle che più si addicono al libro di Valter Hugo Mãe, i personaggi sono ben lontani da quelli de All’ombra delle fanciulle in fiore ma c’è un’eco dell’innovazione stilistica di Proust nella narrazione fluida, vicina al racconto orale, che non ha interruzioni tra dialogo, sogno, pensiero. Non ci sono né maiuscole  né virgolettature di apertura e chiusura di discorso, solo punti e virgole, come se tutto fosse in sottotono.
    Nell’accezione più popolare l’apocalisse è l’annuncio di un evento disastroso e catastrofico: anche questo significato è appropriato per questo libro dal forte impatto dello scrittore che ha vinto, nel 2006, il premio letterario José Saramago.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista letteraria Stilos





mercoledì 22 marzo 2017

Eshkol Nevo, "Tre piani" ed. 2017 Intervista

                                           Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                        

INTERVISTA AD ESHKOL NEVO, autore di "Tre piani"

     E’ andato a fare quattro passi nel parco, Eshkol Nevo, prima dell’intervista. Mi dice che il parco è bello (il parco milanese di cui ci dobbiamo accontentare, in mancanza di meglio), che sono belli gli alberi in fiore in questo inizio di primavera. In Israele fa già molto caldo. Non ha ancora pranzato, ma ha un calendario di impegni così fitto che dobbiamo ugualmente iniziare. Per lui non è un problema, è sempre la persona affabile e gentile che ho conosciuto negli incontri precedenti.

Iniziamo dal titolo, “tre piani”. Quanti significati può avere oltre a quello più ovvio e realistico, dei tre piani della casa?
      Non era una cosa voluta, ma, mentre scrivevo il libro, mentre pensavo ai tre piani, mi sentivo come se mi stessi arrampicando in diversi piani di esistenza. Ho studiato psicologia e mi sono reso conto che stavo seguendo il modello freudiano entrando in diverse zone dell’Io- l’Es, l’Io e il Super-Io. Era interessante usare questo modello nel romanzo e scegliere che cosa succedeva in ogni piano. Quando ho finito il libro mi sono accorto, guardando i vari piani, che in ognuno c’era una lotta tra etica, immaginazione e impulsi, ed era quello che mi piaceva. D’altra parte questo è un libro contro cui ho lottato, non volevo scriverlo. Mi spaventava. Quando scrivevo di quello che succede al primo piano, mi si acceleravano i battiti del cuore- e io in genere sono calmo, sono un tipo freddo mentre scrivo. Quello che succede non è autobiografico, ci tengo a precisarlo, ma ho tre figlie e avevo paura di quello che succedeva, avevo paura della maledizione: se scrivi qualcosa, poi potrebbe accadere davvero. Avevo paura che, scrivendone, avrei creato quello di cui scrivevo. Dopo aver scritto del primo piano mi sono fermato, pensavo di interrompermi lì, poi no, ho deciso che dovevo andare avanti. E la terza storia è la più dura di tutte- nei primi due piani c’è ambiguità, può essere e può non essere successo, ma al terzo piano la storia è successa veramente e lo sappiamo, ne vediamo le conseguenze.

Mi sono chiesta se il numero tre, così importante in tutte le culture, debba anche essere interpretato con il significato che mi pare abbia nella Kabbalah, associato alla lettera Ghimel- il movimento, la spinta ad uscire da se stessi e dalle proprie limitazioni, a migliorare e a crescere. Mi sembrerebbe perfetto per le tre storie.

     Interessante- no, non ci ho pensato. In “Soli e perduti” mi sono interessato della Kabbalah, ma in questo libro no, non ci ho pensato. Però posso offrire un’altra interpretazione per il  numero tre, anche se mi è venuta in mente dopo: in ogni piano c’è più di una situazione a triangolo, e poi il numero tre è un numero dispari e i numeri dispari sono sempre meno equilibrati, indicano un qualcosa che non è perfettamente bilanciato.

Perché scegliere un interlocutore muto? Per sottolineare la soggettività di quello che i personaggi stanno dicendo? Il suo non è esattamente un monologo interiore perché permette ad altre voci di intromettersi…
     E’ proprio così come dice. In genere le domande che mi fanno sono più superficiali, penso che userò le sue domande come se fossero mie osservazioni. Le voci che parlano è come se parlassero ad un prete nel confessionale. Ma lei ha ragione, perché non solo si confessano ma dicono una storia e da quel momento non è più solo la loro storia ma una storia. E i personaggi che parlano sono dei manipolatori. Se sei così solo come sono loro, devi inventare qualcuno che parla con te, ed ecco le interferenze di chi ascolta, come fosse un’eco. Così è al primo piano. Al secondo, Hani immagina che cosa direbbe l’amica ed è come una voce interiore. Al terzo piano la donna giudice parla con il marito morto e finge che lui risponda. Non è un caso che smetta di parlare con lui quando inizia un nuovo rapporto. E’ la fine, non c’è più il prete immaginario.

Un uomo, una donna e una donna anziana: quale voce è stata più difficile per Lei?
     La terza voce senz’altro. Perché ho dovuto fare delle ricerche: non so niente di come un giudice viva da privato, non so nulla di questa lontananza tra genitori e figli- la mia famiglia non era così-, non sapevo niente dell’agricoltura nel deserto e neppure dell’apicoltura. Sono andato al di là di me stesso e ho dovuto trovare il tono giusto. D’altra parte le ricerche hanno anche arricchito la mia trama. Ho chiesto ad un giudice, “Che cosa farebbe se non fosse un giudice?”, “Andrei ad una manifestazione, perché come giudice non mi è permesso farlo”, mi ha risposto. Da qui l’idea del personaggio che si unisce ai manifestanti.

Pensando ai suoi romanzi precedenti, ho osservato che l’attenzione è spostata verso la responsabilità dell’essere genitori e ai problemi del rapporto tra genitori e figli. Deriva forse dalla sua esperienza personale?
      Sì, sono cresciuto nei miei libri. Questo non significa che il prossimo romanzo sarà sull’adolescenza. Quando sono diventato padre ho temuto che non avrei mai più scritto- ero sopraffatto dall’amore per mia figlia e non avevo voglia di scrivere. Altri scrittori più esperti e più saggi mi hanno detto, “Vedrai che diventare padre darà un grosso contributo alla tua scrittura”. Avevo toccato questo tema in “Neuland” ma di certo questo romanzo è quello che più rivela il mio ruolo di genitore. Quando è stato pubblicato in Israele mi sono sentito imbarazzato anche se niente di quello che racconto è successo nella vita vera. Da quando ho scritto “Nostalgia” questo è il mio libro più personale, anche se non è autobiografico.

C’è anche un cambiamento nello sfondo di vita israeliana- non più la guerra, non più l’eterna lotta tra arabi e ebrei, ma l’irrequietudine dei giovani che protestano contro i prezzi troppo alti delle abitazioni. Israele si sta forse assestando sui problemi comuni dei paesi europei?

     Uno dei miei editori si è lamentato per la mancanza del tema della guerra in questo romanzo. Ogni tanto anche noi abbiamo una vita normale. E in ogni libro si sceglie quanto si voglia parlare di politica, che poi non è necessariamente il solito conflitto arabo-israeliano. Le proteste civili di cui parlo nel romanzo sono state molto pesanti e in qualche modo hanno cambiato la mia vita. Anche questa è politica, anche se si tratta della tensione economica. Herzl aveva una visione del sionismo, ma che cosa succede adesso? Siamo un paese socialista o siamo un paese capitalista? Si suppone che gli israeliani siano diversi ma non lo siamo. All’inizio del movimento di protesta dapprima c’era solo la richiesta degli alloggi, in realtà però si cercava anche un nuovo indirizzo politico. Non si è arrivati a nulla, non ci siamo riusciti.

l'intervista sarà pubblicata insieme alla recensione su www.stradanove.net


Eshkol Nevo, “Tre piani” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                               FRESCO DI LETTURA

Eshkol Nevo, “Tre piani”
Ed. Neri Pozza, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 255, Euro 17,00

    Arnon e Ayelet, Hani e Assaf, Dvora: sono questi i protagonisti del nuovo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, “Tre piani”. Abitano, ogni coppia e Dvora (vedova di un giudice, lei stessa giudice in pensione del tribunale distrettuale), nella stessa palazzina alla periferia di Tel Aviv, su tre piani diversi. Sono tre le voci parlanti, in soliloqui interrotti da frasi di dialogo scambiate con un interlocutore non visto- questo l’espediente narrativo usato da Eshkol Nevo per mettere in dubbio l’oggettività di quanto veniamo a sapere. Arnon racconta la sua storia ad uno scrittore (potrebbe diventare il soggetto di un romanzo?), Hani scrive una lunghissima mail ad un’amica che ora vive in America e Dvora ha scelto di registrare quello che ha da dire al marito sulla segreteria telefonica di un vecchio apparecchio che ha trovato in un cassetto. Si potrebbe aggiungere un’altra spiegazione al titolo, quella dei tre piani freudiani offerta da Dvora che si compera i volumi delle opere di Freud- l’Es, l’Io e il Super Io-, ma il romanzo è bello così com’è, senza troppi intellettualismi, ricco di umanità ed empatia, da gustare godendone ogni pagina, presi come siamo dalle fragilità dei personaggi.

    Arnon, Hani e Dvora devono parlare perché stanno attraversando una crisi personale che, in qualche modo, ha a che fare con la loro famiglia, con il coniuge e con i figli, sia che siano ancora bambini come nel caso di Aron e Hani, sia che ormai sia un adulto, come il figlio di Dvora.
Arnon è ossessionato dal timore che la sua primogenita di sette anni sia stata molestata dal vicino di casa che ha un principio di Alzheimer e si flagella colpevolizzandosi perché lui e Ayelet hanno abusato troppo spesso della disponibilità dei vicini che si sono prestati a fare da baby-sitter alla bambina fin da quando era piccola. E’ vero o non è vero che è successo qualcosa che ha turbato Ofri nel frutteto dove Arnon l’ha trovata con il vecchio Herman che piangeva? Arnon e la moglie si scagliano accuse, la tentazione riveste i panni (succinti, a dire il vero) di una ragazzina, Arnon è trascinato a fare qualcosa che scatenerà la crisi.

Hani non è soddisfatta. Ha abbandonato un’attività molto creativa per badare ai due bambini, il marito è spesso lontano per lavoro e lei se ne risente. Le pesa dover essere da sola ad affrontare i problemi quotidiani, la bambina ha un’amichetta immaginaria: soffre di carenze affettive? E Hani stessa, che ricorda benissimo la sera che sua madre è stata ricoverata in ospedale psichiatrico, mostra forse qualche segno di squilibrio? Il fratello del marito che bussa alla sua porta in fuga dai creditori, è una figura vera oppure è un ‘sostituto’, un po’ come l’amichetta della figlia?
Dvora, giudice irreprensibile che non parla mai con nessuno del figlio che non vede da anni, che non sa neppure dove sia. Così unita e solidale con il marito da essersi schierata interamente dalla sua parte, in un passato che non vuol ricordare e che ora rispunta, sotto la spinta del suo coinvolgimento con i movimenti giovanili di protesta a Tel Aviv. E’ con il personaggio di questa donna che, non più giovane, ha il coraggio di riconoscere gli errori fatti, di guardarsi indietro e poi di riprendere il cammino della vita in un’altra direzione, che si chiude questo romanzo. E’ con Dvora che si fa più pressante il quesito- che lei ha affrontato in tutta la sua carriera di giudice- su che cosa sia verità, se ci può essere più di una verità.


    Chi ha letto i romanzi precedenti di Eshkol Nevo può percepire un leggero cambiamento, lo spostarsi del centro di attenzione dello scrittore. Il tema non è più solo l’amicizia, il rapporto di coppia oppure le problematiche di Israele. E’ come se i protagonisti fossero diventati adulti finalmente e non fossero più soli al centro del mondo. La preoccupazione sono i figli, la responsabilità che è dovere assumersi nei loro confronti da parte dei genitori. E- già lo avevamo notato in altri romanzi- la sensibilità di Eshkol Nevo nel parlarci di bambini, il suo orecchio per il loro linguaggio, sono straordinari.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


le recensioni degli altri libri di Eshkol Nevo si trovano sotto la stessa etichetta, Voci da mondi diversi. Medio Oriente, nei post pubblicati nel 2014 e 2015.

lunedì 20 marzo 2017

valter hugo mãe, “La macchina per fabbricare gli spagnoli”

                                          Voci da mondi diversi. Penisola iberica
              il libro ritrovato

valter hugo mãe, “La macchina per fabbricare gli spagnoli”
Ed. Neri Pozza, trad. Barbara Bertoni, pagg. 277, Euro 16,50


     Un uomo anziano attende nella saletta di un ospedale. Sua moglie è stata ricoverata d’urgenza. Quando arriva il medico, la notizia che deve comunicare è la peggiore che Antonio Silva possa aspettarsi. Antonio non riesce a capacitarsi: come può averlo lasciato Laura, suo unico amore? Fra un paio di anni avrebbero festeggiato i cinquanta di matrimonio. Come potrà vivere senza di lei?
Presto detto. Almeno per quello che riguarda la vita pratica quotidiana ci pensano i figli: Antonio sarà ospitato nella casa di riposo per anziani dal beffardo nome “L’età felice”. Ed è anche fortunato ad avere trovato posto: gli ospiti dell’Età Felice sono novantatre, si può entrare se ne esce qualcuno- non vivo, di certo. E questo diventerà un argomento di scherzi macabri- la necessità di dare una spintarella (per così dire) a qualcuno che più che un ospite è un paziente che necessita di cure, in modo da liberare un posto per qualcun altro in condizioni migliori di salute e quindi più redditizio. La casa dell’Età Felice è come l’ultima stazione a cui arriva un treno, con due fermate, però. Quando ci si avvicina alla seconda fermata, si cambia anche di letto, si viene portati nell’ala dell’edificio con vista sul cimitero. Mentre tutti gli altri, quelli in attesa di scendere dal treno della vita, occupano le stanze che danno su uno spiazzo in cui giocano i bambini. Quasi a ricordare loro di un tempo ormai molto lontano, oppure che il futuro degli altri è lì, fuori della finestra.

    Potrebbe essere un libro deprimente e triste, “La macchina per fabbricare gli spagnoli” del portoghese valter hugo mãe (è lo scrittore ad usare i caratteri minuscoli sia per il suo nome sia per la sua narrazione, anche dopo il segno del punto). Invece è, paradossalmente, un singolare romanzo ‘di crescita’ mentre seguiamo le tappe di un graduale cambiamento ascoltando la voce narrante di Antonio Silva. Dopo un periodo iniziale di cupo mutismo in cui è arrabbiato con tutti e si isola da tutti, Antonio incomincia ad uscire da sé, a parlare prima con uno, poi con un altro degli ospiti, tutti descritti con tocchi leggeri di ironia e pietas. Antonio è fortunato, non è comune continuare ad amare la stessa donna per mezzo secolo ed esserne riamato, la maggior parte di chi si trova lì ha ben poco per cui essere felice. La signora Marta, ad esempio, è stata abbandonata da un marito più giovane che non si è più fatto vedere (Antonio la renderà felice, scrivendole delle lettere a nome del marito); Leopoldina vive del ricordo di un’unica notte d’amore con un famoso calciatore (lei, però, all’epoca non sapeva chi fosse); lo spagnolo pazzo che urla sempre e che si crede portoghese, non ha niente di meglio che sognare una macchina che trasformi i portoghesi in spagnoli. C’è un centenario, poi, che si chiama Esteves ed è convinto di essere entrato in una poesia di Pessoa, “Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo/ mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso”. Non importa se sia vero o no, la fama tra gli amici è arrivata così a Esteves. Questa non è l’unica incursione della letteratura nel libro di valter hugo mãe, c’è un gioco scherzoso di rimandi che sembrano mettere alla prova la memoria dei lettori come quella degli anziani. Non solo c’è un Pereira (pensiamo a Tabucchi), ma ad un certo punto arrivano un commissario di polizia e il suo aiutante in quella che è una presa in giro di un’inchiesta: si chiamano Jaime Ramos e Isaltino de Jesus  e sono i due personaggi dei libri di indagine poliziesca del noto scrittore portoghese Francisco José Viegas.
Salazar

Si ha l’impressione di entrare ed uscire dalla realtà, che poi è una doppia finzione letteraria, mentre Antonio Silva è ‘maturo’ per ricordare altro che non sia solo la sua Laura. Ricordare gli anni di Salazar e di come lui avesse avuto un momento di coraggiosa ribellione, proteggendo un giovane oppositore del regime, per poi macchiarsi di una tremenda colpa denunciandolo.
     Un libro dolce e amaro, spruzzato di ironia, una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla necessità di essere onesti con se stessi almeno alla fine del nostro viaggio sulla terra ed essere capaci di trarre un pizzico di gioia da ogni minuto che ci resta.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


    


domenica 19 marzo 2017

Liad Shoham, “L’interrogatorio” ed. 2013

                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
        cento sfumature di giallo
         il libro ritrovato


 Liad Shoham, “L’interrogatorio”
Ed. Giano, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 350, Euro 15,90
Titolo originale: Misdar Zihui

Poteva Eli essersi lasciato trarre in inganno dalle accuse di Yaron Reghev, dal suo dolore? Che il dannato programma statistico per quantificare le prestazioni avesse condizionato anche lui, spingendolo a dimostrare a tutti di essere capace di sbrigarsela in fretta, ad arrivare a conseguenze affrettate e a scegliere la soluzione facile, ovvia, ma anche sbagliata dalle fondamenta? Eli era convinto che Nevo fosse lo stupratore, lo desiderava tanto che aveva letto nelle parole di nevo cose che l’uomo non diceva.

       Un thriller insolito, “L’interrogatorio” dell’ israeliano Liad Shoham. Tanto che ho pensato che forse, se uno scrittore vive in un paese in cui non c’è un alto livello di criminalità, deve per forza pensare ad una trama originale che fuoriesca dalle solite vicende di assassini seriali o delitti dettati da gelosia, avidità, rancore, vendetta. Il romanzo di Liad Shoham inizia con una vecchietta che soffre di insonnia e che, all’una di notte, guarda dalla finestra con un binocolo a raggi infrarossi (sembra un personaggio di un film inglese). Quello che vede dapprima la scandalizza- ma come? amoreggiare così, all’aperto, anche se è buio-, poi la sconvolge: un uomo sta violentando una ragazza. E lei riesce anche a vedere un tatuaggio sul braccio dello sconosciuto: troverà il coraggio di parlare solo alla fine, ma sarà un dettaglio che inchioderà il colpevole.

    A questo punto, se il crimine è ‘solo’ uno stupro, “L’interrogatorio” parrebbe tutt’altro che insolito- purtroppo è una violenza che avviene perfino troppo di frequente. Non è insolita neppure la reazione della ragazza, che fatica a riprendersi dal trauma. Ma Adi Reghev ha un padre molto affettuoso che si mette in mente di vigilare su di lei e passa le notti seduto in automobile davanti alla casa della figlia. E così vede un uomo che si aggira con fare dubbio, che sembra seguire una ragazza, che porta in testa lo stesso tipo di cappellino dello stupratore di sua figlia. Si arriva così all’arresto di Ziv Nevo che- sfortuna sua- è già stato denunciato per molestie sessuali. La polizia ha bisogno di un colpevole, il padre di Adi è convinto che Ziv sia il malfattore e fa pressioni sulla figlia perché non esiti a riconoscerlo come l’uomo che l’ha aggredita, il commissario Eli Nachum si lascia convincere ed è durissimo con Ziv Nevo. L’interrogatorio è brutale, se Ziv fosse meno impaurito si accorgerebbe di quanto il procedimento sia scorretto. Perché Ziv viene forzato a dichiararsi colpevole- e qui c’è tutto un gioco di equivoci su cui poggia l’originalità del romanzo, perché Ziv si trovava nei pressi della casa di Adi Reghev per compiere un crimine che però era tutt’altro di quello di cui è accusato. Non solo. Ziv preferisce l’accusa di stupro piuttosto che venga fuori quello che stava facendo e chi c’è dietro di lui. Fosse così facile. E’ il gioco degli equivoci, l’ho già detto, e sarà così fino alla fine: il suo mandante esige il silenzio da parte di Ziv, e Ziv tace. Come mai, però, Ziv viene rilasciato? Sarebbe ovvio pensare che è stato rimesso in libertà perché non ha violentato la ragazza, ma qualcun altro può anche pensare che la libertà è un premio per aver ‘ cantato’. Incomincia così una caccia al povero Ziv, mentre il violentatore stupra un’altra ragazza.

    E’ questo che è insolito, nel romanzo di Liad Shoham. Che il protagonista sia un presunto colpevole che è innocente di ciò per cui viene accusato e che invece è colpevole di un altro crimine di cui è, però, soltanto lo strumento. E che, accanto a lui- uomo stimato nell’esercito durante il periodo di servizio militare, padre affettuoso, marito innamorato finché non era stato indotto in tentazione- ci sia un altro personaggio altrettanto importante, altrettanto forte e fragile, quasi un suo doppio, e cioè il non più giovane commissario Eli Nachum che commette un errore, lasciandosi influenzare dal padre della ragazza violentata. Due uomini che sbagliano e che riconoscono di aver sbagliato e che fanno il possibile per rimediare ai loro errori. E se la narrativa rallenta nella parte centrale del libro, mentre si evidenziano le debolezze e le colpe della polizia e del sistema giudiziario, accelera poi, ricca di sorprese e di colpi di scena nel finale.
Come si diceva, nei libri di indagine poliziesca all’Agatha Christie? ‘L’assassino è il cameriere’- be’, qui non ci sono camerieri, ma l’identità dello stupratore è ugualmente inaspettata.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 18 marzo 2017

Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, “I fantasmi dell’Impero” ed. 2007

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
          guerra d'Africa
          FRESCO DI LETTURA

Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, “I fantasmi dell’Impero”
Ed. Sellerio, pagg. 536, Euro 15,00

   Eh, sì, Italiani, brava gente, come dice ironicamente il titolo del libro dello storico Angelo Del Boca. E’ quello che vogliamo credere, di essere ‘brava gente’. Non è da noi commettere atrocità. No, gli italiani hanno buon cuore, non sarebbe capaci di compiere eccidi o ammazzare selvaggiamente. E invece sì. Ne è un’altra prova il libro appena pubblicato da Sellerio, “I fantasmi dell’Impero”, scritto da Marco Consentino, esperto di relazioni istituzionali, Domenico Dodaro, business lawyer, e Luigi Panella, avvocato penalista, che racconta di un’inchiesta segreta condotta nel 1937/38 da un magistrato militare sull’operato di Gioacchino Corvo, un ufficiale accusato di crimini di guerra nell’Etiopia occupata.
   Il libro inizia con i fatti del febbraio 1937. Il 19 febbraio c’era stato l’attentato contro il Viceré Rodolfo Graziani, seguito da una feroce rappresaglia.
Il tenente colonnello Vincenzo Bernardi (uno dei due maggiori protagonisti), avvocato militare del Governo Generale dell’Africa Orientale, aveva dovuto obbedire all’ordine- fare giustizia, farla in fretta. Con un processo sommario i sospetti erano stati condannati a morte. Per Bernardi era stata la settimana più lunga della sua vita. Anche Gioacchino Corvo, nella scena seguente, si trova a dover intentare dei processi farsa prima di eseguire la condanna dei presunti colpevoli. Rifletteremo più tardi sull’ambiguità di queste due sequenze, quando, chiaramente, Vincenzo Bernardi riveste i panni del ‘buono’ e Corvo quelli del ‘cattivo’, quando vediamo Corvo uccidere in maniera sbrigativa e brutale altri etiopi, quando non sappiamo se ci sia lui o qualcun altro dietro a comportamenti ignobili e uccisioni selvagge.
Non c’è più requie in Etiopia. Ovunque scoppiano incidenti, ribellioni seguite da ritorsioni, esecuzioni barbare, sangue. E Vincenzo Bernardi, accompagnato dal tenente Vittorio Valeri alla guida del mezzo, è incaricato della missione segreta di raggiungere Corvo e appurare se siano vere le voci che circolano sulle sue atrocità che avrebbero scatenato mille fiammelle di insurrezione. Come mai, però, questa missione non è abbastanza segreta per impedire un agguato lungo il percorso? E’ certo che gli assalitori della colonna di autocarri sono italiani. Chi è che vuole impedire a tutti i costi a Bernardi di raggiungere Corvo, tanto da ordinare un secondo attentato contro la sua vita, in un mercato?

    La vicenda  si svolge in Etiopia nell’arco di un inverno e una primavera in cui i telegrammi (nel desueto e un poco ridicolo linguaggio fascista) si incalzano, tutti con la formula della massima priorità, mentre Graziani si accinge a cedere (molto a malincuore) il posto al Duca di Aosta, le certezze di Bernardi sulla colpevolezza di Corvo si incrinano, uomini dalla pelle scura dimostrano il loro coraggio e amor di patria (quelli che sono ‘ribelli’ per gli italiani, sono in realtà ‘patrioti’ che reagiscono ad una invasione), altri provano la loro fedeltà verso i bianchi che hanno imparato a rispettare. Agguati, inseguimenti, azioni ardite e suicide, il deserto disseminato di cadaveri. E Bernardi e Valeri vengono dati per dispersi.

    C’è Storia vera (Luigi Panella è il ricercatore del terzetto di scrittori, quello che si è imbattuto in documenti interessanti negli archivi) corredata anche da fotografie di alcuni dei personaggi, sia dei ‘buoni’ sia dei ‘cattivi’, c’è anche un filone di avventura che tiene con il fiato in sospeso e, dietro i protagonisti nel cui nome ci imbattiamo pure sui testi di Storia, ci sono almeno tre personaggi che ci appassionano- l’avvocato militare Bernardi e il tenente Valeri, ognuno con una storia d’amore sospesa in Italia il cui ricordo serve per alleggerire la durezza dell’esperienza africana e anche a rendere più oltraggioso il comportamento dei più verso le ‘faccette nere’ considerate (come al solito) preda di guerra, e infine lo sciumbasci Welé (ci voleva un eroe di colore), fedele, coraggioso, leale. A lui Bernardi e Valeri devono la vita.
    La fine non è datata 1938, ma una trentina d’anni più tardi, con la soluzione degli enigmi e l’incontro con i personaggi di allora.

    Un’ottima prova narrativa tra realtà e romanzo. Un glossario sarebbe stato utile per risparmiarci la ricerca del significato dei titoli e delle cariche traslitterati in italiano dall’originale lingua africana.

Gli autori del libro:

Marco Consentino
Domenico Dodaro
Luigi Panella