giovedì 19 ottobre 2017

Olivier Rolin, “Il meteorologo” Ed. 2017

                                                   Voci da mondi diversi. Francia
         la Storia nel romanzo
         FRESCO DI LETTURA

Olivier Rolin, “Il meteorologo”
Ed. Bompiani, trad. Y. Mélaouah, pagg. 158, Euro 14,45

    Aleksej Vangengejm era nato nel 1881 a Krapivno, in Ucraina. Fin da bambino gli piaceva osservare le nuvole, fare caso alla direzione dei venti. Diventò meteorologo, fu a capo del servizio meteorologico dell’VIII armata di fronte agli austriaci in Galizia e, negli anni trenta, capo del servizio idrometeorologico dell’Unione Sovietica. Quasi certamente Aleksej Vangengejm è l’unico meteorologo ad essere morto per delle previsioni del tempo. Nel 1934 fu accusato di tradimento per aver diramato previsioni errate sabotando i raccolti e l’agricoltura. Qualcuno doveva pur essere il capro espiatorio della terribile carestia che causò milioni di morti fra il 1929 e il 1932. Era più facile condannare un uomo che ammettere la responsabilità del governo, la conseguenza della dekulakizzazione unita a fattori climatici che avevano provocato una lunga siccità. L’arresto di Vangengejm giunse di sorpresa. La moglie lo aspettava fuori dal teatro Bolshoj per andare insieme allo spettacolo. Aleksej Vangengejm non arrivò mai. Fu prima rinchiuso nella Lubjanka e poi deportato nel primo gulag delle isole Solovki. Ne uscì tre anni dopo con un convoglio di circa 1600 prigionieri che furono tutti giustiziati con un colpo di pistola alla nuca e sepolti in fosse comuni.
    Lo scrittore francese Olivier Rolin si è imbattuto nelle lettere di Aleksej Vangengejm, scritte alla moglie dal gulag. E’ stato colpito soprattutto dai disegni che le accompagnano, destinati alla figlia piccola che non fece in tempo a veder crescere ma a cui voleva lasciare un ricordo che fosse anche un insegnamento- disegni di alberi, foglie, frutti, animali. E si è messo sulle tracce di quest’uomo che non aveva nulla di eccezionale, tutt’altro. A tratti, leggendo le sue lettere, Olivier Rolin non può nascondere la cattiva opinione che riceve da quello che appare come servilismo nei confronti di una dittatura che gli ha stroncato la vita. Sperava veramente, Vangengejm, che, con le sue professioni di fedeltà al Partito, con le lettere che di continuo scriveva a Stalin o a qualche altro uomo della sua cerchia, il suo caso sarebbe stato rivisto e si sarebbero scusati con lui per l’errore e gli avrebbero ridato la libertà? Che cosa ci dice, di un uomo, il fatto che passi il tempo facendo il ritratto di Stalin- il suo carnefice- con scaglie di pietra, come fosse un mosaico? E che continui a proclamare la sua fede nel Partito? Opportunismo? Paura? Ci pare impossibile che sia in buona fede.

    Rolin legge le lettere, ce ne riporta stralci in cui Vangengejm scrive della sua vita quotidiana- per sua fortuna non lo hanno messo a fare lavori pesanti ma in biblioteca e però c’è sempre un tono un po’ lamentoso di auto compassione nelle sue lettere. Vangengejm non è un eroe, non è un uomo da ammirare. Forse proprio per questo, per il suo essere un uomo qualunque, diventa un personaggio emblematico per i milioni dei signor ‘nessuno’ stroncati da quelli che sembrano essere i folli capricci della dittatura. Quello che ci colpisce, quello che ci fa più male, nella testimonianza raccolta da Rolin, è la fine di Vangengejm. La beffa fatta alla moglie a cui viene comunicata l’ulteriore condanna del marito senza diritto di corrispondenza, quando quest’ultimo dettaglio della pena significava, in realtà, condanna a morte. E poi il modo dell’esecuzione, l’umiliazione suprema e l’oltraggio finale della sepoltura in quelle fosse ritrovate più di mezzo secolo dopo. L’esistenza di nessun uomo, colpevole o innocente che sia, dovrebbe essere cancellata in questa maniera.



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mercoledì 18 ottobre 2017

Antonio Soler, "Il nome che ora dico" Intervista 2003

                                            Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                   guerra civile spagnola



Antonio Soler è nato a Màlaga nel 1956. Giornalista e sceneggiatore televisivo, ha scritto parecchi romanzi di cui in italiano è stato pubblicato "Gli angeli caduti" (il Saggiatore, 2000), vincitore del Premio Herralde de Novela e del Premio Nacional de la Critica. "Il nome che ora dico" ha vinto invece il Premio Primavera de Novela. Abbiamo parlato con lo scrittore, a Milano per la presentazione del suo libro e per un incontro sul tema de "Il giallo nei giorni della guerra" presso l'Università Cattolica, con l'intervento di Bruno Arpaia, Laura Grimaldi e Julio Martinez.

La Spagna sta conoscendo un momento di straordinaria fioritura letteraria dopo un lungo silenzio e mi sembra chiaro che la letteratura sia strettamente connessa alla politica.
      Quando è morto Franco si sperava ci sarebbe stata una valanga di opere maestre che erano state tenute chiuse nei bauli per via della censura. Si diceva che ci sarebbe stato un momento di splendore. Invece fu il contrario, tanto che si arrivò a coniare un modo di dire, "contro Franco vivevamo meglio". Dopo alcuni anni ci fu un interesse interno, in Spagna, verso quello che facevano gli autori spagnoli, sia in letteratura sia nel cinema.
Quando Franco era al potere c'era una specie di complesso per cui si pensava che tutto quello che si faceva in Spagna non aveva interesse. C'era una parola che definiva tutto, "spagnolata". Se si parlava della fine di un film, per esempio, si diceva "non me lo dire neppure, intanto so che è una spagnolata", perché non poteva uscire niente di buono da quel periodo scuro. E' stato una decina di anni più tardi, a partire dal 1985, che c'è stato un cambiamento, un interesse da parte dei lettori e degli spettatori per vedere quello che facevano scrittori e registi. Cambia tutto in Spagna da questo momento. C'è stata una grossa crescita nella letteratura, perchè c'è stata un'evoluzione artistica e anche degli importanti cambiamenti artistici nello stile del romanzo.

 E poi, leggendo il suo libro, riflettevo a come i tempi più dolorosi e travagliati di una nazione siano anche quelli che ispirano le opere più belle.
     Credo che sia stato uno scrittore cubano, Alejo Carpentier, che ha detto che la letteratura nasce dalla sofferenza. Ha ragione. Evidentemente la letteratura nasce sempre da un conflitto. Non si può fare letteratura sentita profondamente sul volo di una farfalla o su un giorno tranquillo. La letteratura deve la sua origine alla storia di un conflitto, un racconto di sofferenza e di passione, e quale maggior conflitto della guerra? La guerra civile è la potenziazione di qualunque guerra, la metafora di qualunque altra guerra

Il suo libro è anche un libro della memoria: mi pare che questi siano gli ultimi anni in cui chi è nato durante o dopo la guerra può raccogliere i ricordi di chi ha vissuto la guerra. Come è nato il suo libro?
     La mia famiglia visse la guerra in modo intenso. Mio padre, di cui racconto in parte la storia nel libro, fu soldato repubblicano in Madrid assediata. La famiglia di mia madre dovette abbandonare la città per evitare la perdita di alcuni di loro a causa della militanza politica. Durante la mia infanzia, a differenza di altri bambini che ascoltano la favola di Cappuccetto Rosso, io ascoltavo dalla nonna le storie della guerra, in modo che si formò una specie di mitologia nella mia testa, una mitologia piena di storie, a volte drammatiche, a volte tenere e divertenti. Tutti quelli della mia generazione in Spagna sono cresciuti con l'ombra di una guerra di cui non capivano bene le ragioni.



Mi ha colpito la frase di Sintora che dicendo "ho perduto la mia patria" identifica la patria con la donna che ama. E mi ha colpito leggere la stessa frase in un romanzo irlandese ambientato durante la guerra di insurrezione. E' difficile immaginarsi un ragazzo di oggi dire una frase simile.
      Ah, certamente. Quando c'era Franco ci fu un tale abuso della parola "patria" che assunse un significato peggiorativo. Chi diceva "patria" era di destra, e se no era qualcuno che negava i suoi. Con questa frase il protagonista Sintora dice anche, "non mi ingannerete, so qual è la mia vera radice, qual è il vero senso della mia vita". E' stato anche un omaggio all'amore o alla donna che può essere il sentimento definitivo nella vita di un uomo.

 Anche nel suo precedente romanzo, "Gli angeli caduti", lei parla del mondo degli artisti, cantanti e ballerine in quello, nani, maghi, fachiri in questo. E il nome di Arturo Reyes ritorna in entrambi.
    
In tutti i miei libri ho sviluppato un universo che ha una logica interna, una concordanza, in modo che ci sono dei personaggi che appaiono in tutti i miei libri. Non è niente di nuovo, lo ha fatto anche Balzac, o Faulkner. I miei libri contengono storie indipendenti, ma si possono leggere come una continuità. Questa gente, il mondo degli artisti, sono persone che non si identificano con il mondo che li circonda, vivono in una marginalità e tendono a unirsi tra di loro, come i diseredati della terra che trovano rifugio tra la gente che è come loro.

 Entrambi i suoi romanzi non sono "per voce sola", piuttosto romanzi corali.
    Mi interessano i romanzi in cui il protagonista non è solo una persona. E' un modo di riflettere la vita: la vita è piena di personaggi secondari, anche se ognuno pensa di essere il protagonista assoluto del mondo. E a me i personaggi secondari interessano quanto i protagonisti. Quando lavoro su un personaggio secondario lo faccio con la stessa intensità con cui lavoro sul personaggio principale, tanto  che spesso penso che potrei scrivere un romanzo su uno dei personaggi secondari. Penso che lavorare a fondo sui personaggi minori contribuisca a dare maggiore prospettiva e profondità al romanzo. Mi pare che tutto sembri più vero.

Gli anni della guerra vengono chiamati gli "anni del furore", e viene in mente il verso di Shakespeare. Che significato hanno avuto gli anni della furia e del furore?
    In Spagna gli anni del furore ebbero un doppio significato perché la guerra fu la fine di un sogno, il sogno della repubblica. Dobbiamo considerare che la democrazia in Spagna è durata 5 anni: quando iniziò la repubblica, nel 1931, fu anche l'inizio di un sogno e la guerra civile fu la fine sanguinante di questo sogno, l'inizio di un tunnel che è durato 40 anni. La furia della guerra spagnola è smisurata, perché, ad esempio, l'ultima guerra in Italia è finita, sì, con grande sofferenza, ma poi è iniziata un'epoca di speranza. In Spagna, invece, la fine della guerra è stata l'inizio della dittatura, di oscurità, della censura, della mancanza di libertà, tutto molto più doloroso. In definitiva fu la fine di un sogno.   


Antonio Soler, "Il nome che ora dico"    


Ed. Tropea, pagg.222, Euro 14,00

martedì 17 ottobre 2017

Antonio Soler, "Il nome che ora dico" ed. 2003

                                       Voci da mondi diversi. Penisola iberica
       guerra civile spagnola
        il libro ritrovato

Antonio  Soler, "Il nome che ora dico"
 Ed. Tropea, pagg.222, Euro 14,00


    Chi è il vero protagonista del romanzo dello scrittore spagnolo Antonio Soler? Il ragazzo Gustavo Sintora che ha perso la famiglia in un bombardamento durante la guerra civile spagnola? O Serena Vergara, la donna di cui lui si innamora, quella con gli occhi di tramonto per cui scrive gli appunti in quaderni che ne manterranno viva la memoria? O la Spagna stessa, rappresentata dal caporale Solé Vera e dai suoi uomini, un distaccamento speciale che scorta un gruppo di maghi, nani, fachiri e toreri che danno spettacoli nei villaggi, o le migliaia di morti di questa guerra fratricida? O Madrid assediata, una "tomba che non voleva saperne di essere una tomba", una città come una nave senza capitano e senza rotta? Romanzo di una formazione che passa attraverso le vie più dolorose dell'amore e della morte e romanzo corale in cui ogni voce ha il suo timbro unico e indimenticabile.
Romanzo d'amore, della storia di Gustavo Sintora, il ragazzo dalla faccia di bambino con gli occhi sognanti perché miope, e una donna sposata che ha 15 anni più di lui. Romanzo di una nazione divisa di cui si racconta la storia al seguito di questo strano distaccamento guidato dal caporale Solé Vera con il giubbotto di cuoio, con Enrique Montoyo che parla con la s e che sogna di andare in "Franscia" e sposare una ragazza con gli occhi "assurri", il meccanico Doblas che ha una faccia da camion, e il gitano Ansaura che percorre tutta la guerra ripetendo il nome della moglie, una litania, una preghiera, tanto che anche lei, Amalia Monedero che non appare mai nel libro, diventa un personaggio. E poi Corrons, il marito di Serena con la faccia da morto, il fachiro triste torturato dai fascisti che gli cuciranno la bocca con il filo spinato, il mago Ramirez e il Tessile che salta per aria su una bomba. 
Quella sera Gustavo Sintora scrive sul suo quaderno che è terminata la sua gioventù ed è diventato un uomo. E poi il tempo in cui il Tessile era ancora vivo diventa il tempo in cui un futuro era ancora possibile, perchè dopo la sua morte ci sarebbe stata la carneficina dell'Ebro, quando anche chi è rimasto vivo è ormai un cadavere a cui batte il cuore, un fantasma con dei ricordi. Tutto finito, speranza, ideali.
     Muore Montoya, muore il gitano fucilato mentre compie lo sforzo titanico di tornare a piedi verso Barcellona con una macchina da cucire sulle spalle, il regalo per la sua Amalia Monedero. E sarebbero tutti dimenticati, come milioni di uomini che vissero "gli anni del furore", se non fosse per i quaderni di appunti di Gustavo Sintora affidati al figlio di Solé Vera, seconda voce narrante del romanzo. Si intrecciano e si alternano le due narrazioni, sognante e quasi incredula quella di Gustavo Sintora che vive gli avvenimenti di cui scrive, filtrata attraverso i racconti del padre quella in terza persona del figlio di Solé. Eppure perfettamente armonizzate e sincroniche, in quel riprendere il racconto dell'uno dove questo si interrompe. Lirico e realista, buffo e drammatico, tenero e crudele, uno splendido romanzo.

la recensione e l'intervista che segue sono state pubblicate su www.stradanove.net





domenica 15 ottobre 2017

Yu Hua, “Il settimo giorno” ed. 2017

                                                          Voci da mondi diversi. Cina
            distopia
            FRESCO DI LETTURA

Yu Hua, “Il settimo giorno”
Ed. Feltrinelli, trad. Silvia Pozzi, pagg. 150, Euro 13,60


     Non è l’Inferno dantesco, questo mondo dell’aldilà del libro “Il settimo giorno” dello scrittore cinese Yu Hua. Non potrebbe esserlo perché non ci sono pene da espiare. Non ci sono neppure le fiamme dell’inferno cristiano, anzi, l’opposto- ci sono nebbia e neve, un paesaggio che improvvisamente si apre su prati verdi e fiori nelle ultime scene quando uno dei personaggi che incontriamo si prepara per il riposo eterno in una vera e propria tomba. Eppure il vento che sospinge i miseri scheletri dei defunti, il continuo pensare alla vita ‘laggiù’ nel mondo dei vivi, il chiedere notizie di chi si è lasciato indietro, ‘laggiù’, la pietas per costoro che vagano senza sepoltura, echeggiano Dante, mentre l’umorismo macabro è la cifra stilistica di Yu Hua che ben ricordiamo dai romanzi precedenti.
    Yang Fei è morto. Stava pranzando nel suo ristorante preferito quando c’è stato un incendio. Lui aveva appena letto sul giornale la notizia del suicidio della ex moglie ed è rimasto seduto, incurante delle fiamme. Si è presentato alla camera ardente per essere cremato (poltroncine comode per i vip nella sala d’attesa, sedie comuni per gli altri- si è diversi anche da morti) per scoprire che, siccome è troppo povero per avere una tomba, non potrà neppure essere cremato e dovrà aggirarsi per sempre in un limbo mentre le sue ossa si spolperanno a poco a poco.
Inizia così il singolare viaggio nel regno di Ade di Yang Fei che aveva anche iniziato a vivere in maniera singolare- un parto in anticipo, nella toilette di un treno, lui, neonato, era caduto sui binari ed era stato raccolto da un ferroviere. Nei sette giorni di Yang Fei nell’aldilà si mescola il racconto della sua vita con quello delle altre persone che incontra. Ne esce fuori un quadro a tinte forti della Cina contemporanea dove la proprietà di una tomba dura 25 anni, contro i 70 anni di quella della casa che si è acquistato. E i prezzi delle tombe sono proibitivi: il ragazzo della bella Topina (Yang Fei li aveva già incontrati, lavoravano da un parrucchiere e cambiavano di continuo il colore dei capelli, vivevano nella città sotterranea nel ventre di Pechino, rifugio di topi e di senzatetto) aveva venduto un rene per comprare una tomba per lei (e poi era morto anche lui). Topina si era suicidata dopo che aver scoperto che l’iphone che lui le aveva regalato non era autentico (lei era pronta a fare la escort per comprarsi l’iphone ultimo modello). Yang Fei l’aveva vista schiantata sull’asfalto. Ecco, in qualche maniera perfettamente congegnata, le vicende di tutti i defunti sono collegate, Yang Fei li conosceva di persona (la donna che lo aveva allattato e che gli voleva bene come una madre, la ex moglie, il padrone del ristorante che ha preso fuoco e che si scusa con lui) o ne aveva letto (i 27 neonati affiorati nelle acque del fiume- rifiuti dell’ospedale-, la coppia morta sotto le macerie in seguito alla demolizione forzata della loro casa, le vittime dell’incendio del centro commerciale- un numero molto più alto di quello comunicato). E tutte queste storie sono un tassello del quadro, non certo confortante.

    La storia di Yang Fei e del padre adottivo è di certo la più bella, uno splendido omaggio alla paternità del cuore, una ricchezza di affetti per un ruolo che in genere è attribuito alla donna. Il ventunenne padre adottivo di Yang Fei aveva imparato a fare tutto per il bambino, se lo portava al lavoro in un marsupio, aveva rinunciato a sposarsi per lui. Si cercano a vicenda senza saperlo, padre e figlio nel regno dei morti. Il padre, arrivato prima, si è offerto per lavorare nella camera ardente nella speranza di incontrare il figlio, prima o poi. E ci risuona negli orecchi a lungo quella sua frase, ripetuta più e più volte, il pianto non pianto nella voce incorporea di uno scheletro, “sei arrivato troppo presto”, perché la morte di un figlio non deve seguire così da vicino quella del padre.
   Non ci stanchiamo di leggere della Cina. Perché solo gli scrittori (alcuni scrittori) hanno il coraggio di togliere il velo all’immagine che la Cina vuole dare di sé e sono capaci di tessere un romanzo intorno alla realtà.


la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net

per contattarmi: picconem@yahoo.com

    

sabato 14 ottobre 2017

Sybille Bedford, “Il retaggio” ed. 2003

                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
 saga    
il libro ritrovato

Sybille Bedford, “Il retaggio”
 Ed. Adelphi, trad. Marina Antonielli, pagg. 388, Euro 18,00


“Tutti noi reinventiamo i ricordi”, dice ad un certo punto l’io narrante de “Il retaggio”, il romanzo della scrittrice inglese di origine tedesca Sybille Bedford. Quanto è veritiera la memoria? Ricordiamo proprio quello che è successo in realtà o ricordiamo quello che ci hanno raccontato o quello che abbiamo immaginato e ricostruito guardando vecchie fotografie? Quando l’io narrante, che poi nel romanzo sarà la bambina Francesca, dice: “ho vissuto i primi nove anni della mia vita in Germania, sballottata tra due case”, questo è un dato di fatto; meno certo è che sia vera l’impressione lasciata dalle due case, una enorme e bruttissima, l’altra bellissima. Una a Berlino, ed era la casa di Voss Strasse, dei nonni Merz; l’altra era un castello del ‘600 nel Sud della Germania, dove Francesca passava le vacanze con il padre. “Il retaggio” è l’eredità della memoria, la storia di tre famiglie nella Prussia del Kaiser dalla fine del XIX secolo ai primi decenni del XX, nel tentativo di capire a livello personale e a livello nazionale che cosa in quel passato può spiegare i tragici anni centrali del ‘900.
I Merz erano ricchi ebrei; i von Felsen erano proprietari terrieri cattolici, gentiluomini di campagna dagli interessi raffinati; il conte Bernin apparteneva ad una grande famiglia della Germania meridionale, era presidente del Landtag e rappresentante del granduca Federico presso la Santa Sede. Tutti ricchissimi senza avere idea della provenienza del loro denaro, senza mai connettere i soldi con il lavoro. Edu Merz ha il vizio del gioco; Julius von Felsen colleziona antichità, vive all’estero in gran stile, si concede la stravaganza di viaggiare accompagnato da tre scimpanzé; Gustavus von Felsen fa il diplomatico grazie al suocero Bernin: ci sono sempre delle donne accondiscendenti che aprono i cordoni della borsa, pagano i conti, saldano i debiti di questi uomini egocentrici abituati a scialacquare nel lusso, l’energica Sarah, la cattolicissima Clara, e per la mite Melania che muore giovane sono i genitori che versano l’appannaggio al marito Julius. La sequenza dei ricordi si muove avanti e indietro nel tempo, da una famiglia all’altra, da una casa all’altra, dalla Germania alla Spagna alla Francia- spostamenti in carrozza o in vagoni di lusso riservati, con accompagnamento di valletti e camerieri.
la scrittrice da giovane
La voce narrante, forte all’inizio e alla fine del romanzo (quando entra in scena la seconda moglie di Julius, madre della bambina), cede il posto alle voci degli altri personaggi, in dialoghi spesso brevi, domande e risposte, commenti e osservazioni, ognuna con la sua cadenza inconfondibile, ognuna che fornisce un frammento di storia- e il ruolo principale, in tutte queste vicende, è della famiglia von Felsen, con il dramma di Johannes, il fratello di Julius che era impazzito perché obbligato a frequentare una durissima scuola militare. E quando Johannes muore è uno scandalo che fa vacillare il governo e il racconto dei fatti si alterna ad altre voci ancora, sconosciute questa volta, incalzanti come bisbigli tra la folla, malevole come pettegolezzi. E’ la ricostruzione di un mondo scomparso che vive in pagine che gli restituiscono l’effimera brillantezza del momento, con un tono di affetto divertito e distaccato.


la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos





Boris Pahor, “Qui è proibito parlare” ed. 2010

                                                     Casa Nostra. Qui Italia
                                                                 il libro ritrovato
         la Storia nel romanzo

Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”
Ed. Fazi, trad. Martina Clerici, pagg. 388, Euro 19,00

    Il nome di Boris Pahor non diceva proprio nulla  ai lettori italiani fino a quando, lo scorso anno, la casa editrice Fazi pubblicò “Necropoli” (sconvolgente rievocazione dell’esperienza dello scrittore nei campi di concentramento nazisti) e, pochi mesi dopo, presso Zandonai uscì la raccolta di racconti “Il rogo nel porto”. Immediatamente Boris Pahor divenne quasi un simbolo, portavoce della minoranza slovena di Trieste, testimone dei soprusi fascisti nella sua città- primo fra tutti, l’imposizione della lingua italiana alla comunità slovena.
    Il nuovo romanzo pubblicato da Fazi, “Qui è proibito parlare” (un ‘vecchio’ romanzo peraltro, anche se dobbiamo arrivare all’ultima pagina per trovare la data, 1963, in cui fu scritto), ci rimanda alla tematica de “Il rogo nel porto” più che alla città dei morti viventi di “Necropoli”. Perché ancora bruciante e aperta è la ferita della forzata italianizzazione degli abitanti slavi di Trieste: dopotutto non venivano forse chiamati ‘S’ciavi’ in dialetto triestino? S’ciavi, una parola così vicina nel suono a slavi, ma con il significato dispregiativo di ‘schiavi’, per non dire ‘scarafaggi’ che dovevano essere schiacciati. Tra il 1924 e il 1927 una serie di leggi imponeva la chiusura delle biblioteche e delle scuole slave,  trasferiva forzatamente insegnanti slavi in altre località italiane, obbligava ad italianizzare i cognomi di famiglia. Come già ne “Il rogo nel porto”, in “Qui è proibito parlare” ritornano angoscianti due ricordi: l’incendio del Narodni Dom, la Casa della Cultura slovena, avvenuto nel 1920 per mano delle camicie nere, e le punizioni inflitte a scuola a chiunque fosse stato sorpreso a parlare in slavo. Sono due ricordi che hanno a che fare con chi si è, con la propria identità che va al di là dei concetti territoriali di nazione- perché la patria è la propria lingua.

     C’è una storia d’amore, al centro della trama di “Qui è proibito parlare”: Emi- una tragica vicenda famigliare alle spalle che viene fuori a poco a poco nei suoi racconti- incontra il giovane Danilo sul molo di Trieste; diffidente dapprima, poi attratta da lui e dalle sue parole, infine innamorata. E l’aver conosciuto Danilo introduce Emi nell’ambiente della resistenza slovena al fascismo che opera soprattutto su un piano culturale, stampando e distribuendo libri in sloveno ai bambini, quelli che, per la giovane età, sono più a rischio di dimenticare la lingua.


     E’ come se ci fossero due romanzi in “Qui è proibito parlare”. O meglio un saggio storico e un romanzo, e certamente il più interessante dei due è il saggio storico che rende note le difficoltà degli slavi a Trieste e la palese ingiustizia, nonché la violenza morale, del genocidio culturale e linguistico perpetrato a loro danno. Appare invece forzata e rigida la storia d’amore tra Emi e Danilo, con dialoghi artificiosi e poco credibili, pur nell’urgenza politica del momento. E’ come se i due personaggi principali apparissero sulla scena per fare da portavoce allo scrittore stesso, vittima della situazione triestina insieme ad altri scrittori perseguitati dal regime i cui nomi sono purtroppo ignoti in Italia. E a noi interessa venirne a conoscenza, ma il contesto risulta freddo ed è difficile appassionarci alle vicende dei personaggi. Inoltre, paradossalmente, i loro discorsi politici sono meglio dello scambio di parole in cui affiorano- o dovrebbero affiorare- i sentimenti: qui la ritrosia non si giustifica neppure considerando gli anni in cui il romanzo fu scritto, pare piuttosto che l’interesse principale dello scrittore sia altrove. Non certo nel parlare d’amore.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


venerdì 13 ottobre 2017

Silvio Testa, “La zaratina” ed. 2017

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia
          seconda guerra mondiale
           FRESCO DI LETTURA

Silvio Testa, “La zaratina”
Ed. Marsilio, pagg. 313, Euro 17,50

     Ha ragione Silvio Testa quando, nell’introduzione al suo romanzo “La zaratina”, dice che non c’è modo migliore di diffondere la Storia che farla rivivere in un libro, animandola con piccole storie di gente comune: il lettore ricorderà i personaggi e le traversie che hanno passato. Ha ragione anche quando commenta quanto poco della sua travagliata Storia sappiano i turisti che ogni anno scelgono la Croazia per le loro vacanze, perché è facile da raggiungere, il mare è bello, l’acqua pulita, si mangia bene e si spende meno che nelle località di mare italiane. E non sanno altro. E’ giusto dimenticare? O è un oltraggio ulteriore nei confronti di chi ha vissuto, ha sofferto, è morto negli anni della prima e seconda guerra mondiale?
     La Dalmazia apparteneva al regno austro-ungarico e fu concessa all’Italia alla fine della prima guerra mondiale. Come conseguenza, molti dalmati italiani si trasferirono a Zara dalle aree che invece facevano ormai parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Con l’avvento del fascismo iniziò l’italianizzazione forzata in Istria e in Dalmazia- proibito parlare croato, obbligo di cambiare i cognomi, abolizione delle scuole croate-, coltivando semi di malanimo e risentimento. La seconda guerra mondiale fu tragica per Zara. Dopo l’armistizio fu occupata dalle forze della Wehrmacht e fu quindi oggetto di pesantissimi bombardamenti da parte degli Alleati: dall’autunno del 1943 520 tonnellate di bombe vennero sganciate su Zara, l’85% della città fu ridotta in macerie. Alla fine del 1944 i partigiani di Tito occuparono la città che fu poi annessa alla Jugoslavia ed iniziò un altro periodo degli orrori. Gli abitanti italiani furono sottoposti ad arresti, violenze, torture, fucilazioni, annegamenti ed esecuzioni sommarie. La presenza italiana a Zara doveva essere cancellata- si distrussero a colpi di scalpello leoni di san Marco ed epigrafi in italiano, si diede fuoco agli archivi, ai libri e ai documenti, fu profanato il cimitero. Fu infine proposta l’opzione- rinunciare ad essere italiani se si voleva continuare a vivere a Zara oppure scegliere l’esilio.

     Questo è lo sfondo storico del romanzo di Silvio Testa su cui si muove una famiglia italiana tipica del luogo: il capofamiglia Giuseppe dirige una fiorente industria (non vorrà abbandonarla, alla fine, è tutta la sua vita, forse arriveranno tempi migliori), delle due figlie, una, Daria, ha studiato lingue alla ca’Foscari di Venezia e musica, suo marito lavora alla Prefettura di Zara. Il marito dell’altra figlia è croato, il loro bambino è per metà italiano e per metà croato. C’è una ragazza croata a servizio da loro, è quasi una di famiglia. E’ croato anche uno degli uomini di fiducia di Giuseppe nell’azienda. In casa si parla dialetto veneto, quella lingua franca che unisce croati e italiani, che tutti capiscono. Zara è ‘casa’ loro, guardano all’Italia come alla patria al di là del mare, ma è lì che hanno vissuto e intessuto una rete di rapporti sociali ed umani. Quando iniziano i bombardamenti e la famiglia decide di sfollare, cercano rifugio da conoscenti contadini- da mangiare ce n’è poco ma ‘sèmo omini’, come si fa a rifiutare un aiuto a chi ha bisogno? Giorno dopo giorno seguiamo le vicende di questa famiglia e di Zara, città inspiegabilmente punita. Si lotta per trovare da mangiare, bisogna guardarsi dai tedeschi ma anche- peggio ancora- dai partigiani. I due generi di Giuseppe saranno prelevati, rilasciati grazie alle amicizie croate di una vita, di nuovo arrestati, uno di loro portato in una delle famigerate isole da cui non si fa ritorno. E ammiriamo Daria, coraggiosa e determinata, capace di fare scelte difficili.


    Forse non vola mai alto, il romanzo “La zaratina”, ma riesce perfettamente a trascinarci in anni cruciali della Storia, a farci immaginare i volti e i sentimenti di coloro che li vissero, a indurci a riflettere che la Storia ha corsi e ricorsi, come diceva Gianbattista Vico, a capire il presente conoscendo il passato.