lunedì 11 dicembre 2017

Georgia Hunter, “Noi, i salvati” ed. 2017

                                Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
      seconda guerra mondiale
      FRESCO DI LETTURA

Georgia Hunter, “Noi, i salvati”
Ed. Nord, trad. A. Storti, pagg. 452, Euro 15,81

     E’ una storia vera. Se avevamo qualche dubbio- possibile che un’intera famiglia sia scampata all’immane olocausto? questo è un romanzo, vuole darci un lieto fine, è quello che ci verrebbe da pensare- la postfazione di Georgia Hunter fuga le nostre perplessità: quella che ha raccontato è la storia della sua famiglia, una storia di cui è venuta a conoscenza tardi per quel muro di silenzio che- lo sappiamo- gli ebrei sopravvissuti hanno eretto intorno a sé. Tacere e dimenticare, per andare avanti e costruirsi una nuova vita in un nuovo paese. Quando Georgia Hunter ha saputo, il nonno Eddy (Addy nel romanzo) era già morto, così come erano morti altri membri della famiglia. Georgia Hunter è andata in cerca di racconti, di testimonianze, di documenti, per rimettere insieme i pezzi della storia dei Kurc di Radom, in Polonia.
Radom. oggi
    C’è un albero genealogico, all’inizio del libro: i genitori, Sol e Nechuma, tre figli maschi- Genek, Jakob e Addy-, due figlie, Mila e Halina. Nel 1939 c’è una sola nipotina, Felicia, figlia di Mila, e Addy, appassionato di musica, vive in Francia. In una lettera la madre gli sconsiglia di ritornare a casa per festeggiare la Pasqua ebraica- i tempi stanno cambiando, altri peggiori se ne annunciano. Infatti. L’invasione della Polonia da parte dell’esercito di Hitler è del primo di settembre del 1939. L’annientamento totale della Polonia è vicino. Iniziano le restrizioni per gli ebrei- il sovraffollamento nei ghetti, la fame, il lavoro nelle fabbriche che pare una fortuna, le malattie, e poi le deportazioni, le fucilazioni, le gassazioni nei camion della morte. Sono tutte cose di cui abbiamo già letto, ma la particolarità del libro di Georgia Hunter è che non c’è un confine limitato per le vicende della guerra che si sta combattendo in Europa. Perché ognuno dei Kurc si trova in un luogo diverso mentre sta accadendo qualcosa- Genek, Jakob e il fidanzato di Halina sono a Leopoli e combattono con l’esercito polacco quando la città viene conquistata dalle truppe tedesche e poi da quelle russe, Halina raggiunge, in maniera molto avventurosa, fratelli e fidanzato a Leopoli, Addy si arruola in Francia ma poi è costretto a fuggire, quando in Francia si instaura il governo di Vichy, e, in qualche maniera, dopo essere riuscito ad ottenere un visto per il Brasile, riesce ad arrivarci.
Sono lunghi, sei anni di guerra, sei anni di paura e privazioni, di ansie per quelli che si amano e di cui non si ha notizie. Per tutto questo tempo Addy non riceverà notizie della sua famiglia- un tarlo che gli rode il cuore, mentre cifre spaventose, che sembrano incredibili, arrivano dall’Europa: si parla dapprima di migliaia, poi di un milione, forse due, di ebrei uccisi. La realtà, quando si saprà, supererà di gran lunga quei numeri. Anche Mila, che è riuscita a nascondere la bambina in un convento vicino a Varsavia, non ha più saputo niente del marito dall’inizio della guerra- lo ha dato per morto. Genek (deportato in Siberia con la moglie e poi liberato per l’accordo tra Unione Sovietica e Gran Bretagna) lo incontrerà, invece, a Tel Aviv (uno di quei casi che sanno di miracolo).

    “Noi, i salvati” sarebbe un libro di avventure se la Storia e le storie non fossero così drammatiche e soprattutto così vere. La tensione della narrativa è altissima, il lettore è emotivamente coinvolto, si sente il cuore in gola quando Mila, dopo l’ennesimo bombardamento di Varsavia, non trova più traccia del convento in cui credeva di aver messo Felicia al sicuro, o quando Halina bussa alla porta della casa in cui, su pagamento, una coppia polacca ha nascosto i suoi genitori. E noi seguiamo le vicende dell’uno o dell’altro, gli spostamenti sulla carta d’Europa e non solo, gli stratagemmi, gli atti di coraggio (Halina che guida i suoi cari attraverso le Alpi e non sa ancora di essere incinta), i momenti di disperazione. E la personalità dell’uno o dell’altro balza fuori viva da queste pagine, ci sarà impossibile dimenticarci di loro.




sabato 9 dicembre 2017

Zigmunds Skujiņš, “Come tessere di un domino” ed. 2017

                                                           vento del Nord
          la Storia nel romanzo
          FRESCO DI LETTURA

Zigmunds Skujiņš, “Come tessere di un domino”
Ed. Iperborea, trad. Margherita Carbonaro, pagg. 364, Euro 18,50

   Perché “Come le tessere di un domino”? Lo si capisce a poco a poco, leggendo questo stupefacente romanzo dello scrittore lettone Zigmunds Skujiņš, pubblicato per la prima volta a Riga nel 1999 e solo ora nella traduzione italiana (e ringraziamo per questo la casa editrice Iperborea, la nostra Stella polare per la letteratura nordica). Così come si capisce a poco a poco il legame tra le due narrazioni- o meglio, lo si capisce appieno solo alla fine, con una somiglianza fisica innegabile che rivela tutto, l’ultima tessera del domino che chiude un percorso a zig-zag alternando un tempo passato da duecento anni ed un altro che va dagli anni precedenti la seconda guerra mondiale alla vigilia del secondo millennio. E’ come se ci fossero tessere del domino di due diversi colori che, però, facessero parte dello stesso gioco. Con un pizzico di mistero, un poco di ambiguità, una spruzzata di realismo magico molto nordico, e molto humour.
    Un nonno, Jēkabs Ulste, vive in un antico maniero vicino a Riga. Attenzione al cognome, perché non lo troviamo spesso e, quando riappare in un altro contesto, sobbalziamo. Gestisce un noleggio di carrozze per matrimoni, funerali, occasioni speciali, con una signorilità (sempre in marsina e cappello a cilindro) e un à plomb straordinari. Con lui abitano il nipote- il soggetto narrante, figlio della figlia di Jēkabs, un’artista circense e giramondo-, la Baronessa, proprietaria della tenuta che aiuta nella gestione e forse amante del nonno, e un secondo nipote che viene ‘rispedito al mittente’ dall’Olanda alla morte della madre. Sorpresa. Il decenne Jānis parla perfettamente lettone ma ha l’aspetto di un giapponese.
Jānis e la Baronessa sono i personaggi emblematici di questo primo filone narrativo- l’uno per essere anche fisicamente un miscuglio di due diverse eredità genetiche e l’altra perché appartiene ad una famiglia baltico-tedesca. Quando la Storia della Lettonia- da sempre paese conteso e soggetto a dominazioni diverse- si fa complicata, quando al di sopra di lei si deciderà se appartenga alla Germania o alla Russia, la Baronessa diventerà amica o nemica dei dominatori. E, quando per impedire il rimpatrio forzato e voluto da Hitler, il nonno tramerà per dimostrare che la Baronessa ha del sangue ebraico, questa ascendenza si rivelerà in seguito fatale per lei, rinchiusa nel ghetto da cui la fa uscire il nonno che tira fuori fandonie dal suo cappello a cilindro come fosse un mago. E riesce però ad operare il sortilegio sull’ufficiale tedesco responsabile del ghetto.

    Mentre leggiamo della Storia della Lettonia nel ‘900 attraverso le vicende di questa famiglia singolare, con un salto temporale nel ‘700 riviviamo tutta un’altra atmosfera negli altri capitoli in cui la protagonista è un’altra nobildonna, Waltraute von Brűggen, la cui avventura è alquanto sorprendente. Suo marito è morto in guerra ma il suo corpo non è stato ritrovato. Quando il conte Cagliostro (sì, proprio quello scaltro e intelligente furfante, mago, alchimista, con la fama di guaritore) le dice che suo marito era ‘uno ma adesso è due), lei parte per cercarlo e scopre che in effetti è andata proprio così- un medico alla Frankenstein ha cucito insieme due mezzi corpi. La metà appartenente al suo amato Eberhard è la parte inferiore di un rozzo soldato lettone (attenzione, fa Ulste di cognome). Quello che succede è immaginabile e perfino divertente. Qui non sono le due metà, buona e cattiva, de “Il visconte dimezzato” di Calvino. Qui le due metà sono la testa e gli attributi sessuali, e in più, una metà è lettone e una metà è tedesca. Come la mettiamo con il figlio che nascerà? Le tessere del domino sembrano impazzite, se non fosse che il ragno che tesse la tela- lo scrittore- sta operando per mettere in luce quanto sia impossibile, per la Lettonia ma anche per la maggior parte degli altri stati (la Germania di Hitler che tanto vantava il suo arianesimo), parlare di purezza della razza. “Da centinaia di anni la maschera tedesca è simile al domino del carnevale veneziano”, dice l’affascinante vecchio saggio che è il nonno.
   Tragedia e commedia si mescolano come nella vita in questo libro di uno dei più grandi scrittori baltici dei nostri tempi.



   
    






venerdì 8 dicembre 2017

Gunnar Staalasen, “Tuo fino alla morte” ed. 2010

                                                              vento del Nord
         cento sfumature di giallo
Gunnar Staalasen, “Tuo fino alla morte”
Ed. Iperborea, trad. Danielle Braun, pagg. 314, Euro 16,50

     Non gli ha fatto certo un bel regalo suo padre, chiamandolo di nome Varg, quando di cognome faceva Veum. Perché in questo modo, ogni volta che si presenta suscita la perplessità di chi gli sta di fronte: Varg Veum come ‘lupo solitario’? ebbene sì, e il nome si addice a questo investigatore privato trentacinquenne che ha lavorato in passato come assistente sociale. Separato dalla moglie, con un figlio piccolo che ormai vede di rado, una tendenza a bere troppo e ad innamorarsi facilmente.
     “Tuo fino alla morte”, secondo romanzo della serie pubblicata da Iperborea che ha Varg Veum come protagonista, incomincia con il cliente più improbabile che si affaccia sulla porta dell’ufficio di Varg: un bambino biondo di otto anni. Gli hanno rubato la bicicletta, sa chi è stato: il giovane Joker con la sua banda di teppistelli che la fanno da padroni negli spazi comuni dei condomini dove Roar abita con la mamma. Il papà li ha lasciati per andare con un’altra donna, Roar non vuole che la mamma sappia del furto: Joker e i suoi amici hanno fatto brutte cose ad un’altra mamma che era andata a reclamare la bici del figlio. Da questo atto di delinquenza minorile si sviluppa la trama che mette in gioco Varg, ora che ha fatto conoscenza della bella mamma di Roar. Perché Varg si trova lì, nel buio fuori del palazzo (e sta parlando con Joker), quando assiste ad una parte di una drammatica scena: Wenche si affaccia alla ringhiera del terrazzo e chiama aiuto. Il suo ex marito giace a terra nell’ingresso della sua casa in un lago di sangue. Lei ha in mano un coltello, dice di averlo estratto dal corpo di lui per una reazione istintiva. E’ confusa, sembra non capire che cosa sia successo, era scesa in cantina a prendere della marmellata, lo ha trovato lì morto ammazzato.
Staalasen con l'attore che impersona Varg Veum
      I romanzi di Staalasen che abbiamo letto finora hanno qualcosa che li differenzia dagli altri thriller- un marcato interesse verso giovani problematici e gli sconvolgimenti famigliari che li hanno portati a comportamenti violenti, o prepotenti, o intimidatori. C’è sempre, in entrambi i libri letti, un interesse per i pensieri dei personaggi più che per le azioni che ne sono il risultato. Così, in “Tuo fino alla morte”, Varg Veum ascolta con pazienza le confidenze di Wenche, la ‘sua’ versione dei fatti che hanno portato alla separazione dal marito (e le crede, simpatizzando con lei, innamorandosi un poco di lei, fantasticando su di un bacio scambiato). Poi, con la stessa disponibilità ascolta, una bottiglia di birra dopo l’altra, quanto gli dice l’ex marito di lei, nell’unico incontro che hanno, prima della morte di lui. Simpatizza anche con lui, anzi, si immedesima totalmente: Varg ha visto la donna che ha sostituito la moglie nel suo cuore e capisce.
Compaiono poi sulla scena altri personaggi- l’ambiguo capo di Wenche (possibile che l’algida Wenche andasse a letto con lui?), il marito ignaro dell’amante dell’uomo assassinato. La polizia è certa che sia stata Wenche a uccidere al marito, tutte le prove sono contro di lei, ma non potrebbe essere stato qualcun altro? Poi anche Joker muore accoltellato…


     A tratti ci sembra che lo scorrere del romanzo sia un po’ lento, a tratti ci pare che il comportamento di Varg sia un po’ troppo gigionesco e che le sue battute siano quello che ci si aspetta da lui e quasi forzate, a volte ci pare che Varg sia troppo adolescenziale nei suoi facili e plurimi innamoramenti, ma è simpatico, ci conquista. E anche questo romanzo di Staalesen è una piacevole lettura diversa. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


mercoledì 6 dicembre 2017

Henning Mankell, “Le ragazze invisibili” ed. 2017

                                                           vento del Nord
      specchio dei tempi
      FRESCO DI LETTURA

Henning Mankell, “Le ragazze invisibili”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 314, Euro 18,00

   C’è una citazione dello stesso Mankell, del nostro amato Mankell, nella quarta di copertina de “Le ragazze invisibili”, appena pubblicato dalla casa editrice Marsilio (preciso subito: non è un libro di Mankell uscito da un cassetto per un gioco di prestigio, in Svezia è stato pubblicato nel 2001). “Non sopporterei di non ridere di cuore almeno una volta al giorno. “Le ragazze invisibili” ha offerto spazio alla vena satirica che porto dentro di me”.
   Ridiamo spesso anche noi, leggendo “Le ragazze invisibili”. Almeno finché raggiungiamo la metà del libro, finché si accumulano le parole di Leyla, Tanja e Tea-bag, si aggiungono dettagli alle loro storie e allora la nostra risata si spegne, l’umorismo della prima parte si smorza, la commedia diventa tragedia e però, in qualche maniera, c’è sempre un guizzo di humour ad alleggerire il peso di quello che veniamo a sapere.
    Il protagonista è Jesper Humlin, poeta noto e rispettato ma molto poco venduto.
    Le protagoniste sono tre ragazze immigrate da paesi diversi, in fuga da realtà che hanno solo l’atrocità in comune.
    Protagonista del romanzo è il mondo nuovo in cui viviamo dove nuove realtà si impongono alla nostra consapevolezza.


Humlin incontra per caso le tre ragazze a Göteborg, dove è andato per una presentazione, e si lascia coinvolgere in un corso di scrittura. Lui è recalcitrante, ci sono dei malintesi, l’episodio iniziale che ci fa ridere, di Jesper Humlin che finisce in ospedale perché ha sfiorato la guancia di una ragazza, è il segnale della distanza fra due culture- quella dei paesi ricchi occidentali ha una sordità selettiva nei confronti di quella dei paesi meno fortunati. Che non hanno le parole per farsi intendere. Ecco, bisogna dare una voce agli immigrati, bisogna farli uscire dall’ombra e dal mutismo, per far sapere le loro storie, per non lasciar pensare che sono degli invasori che vanno ricacciati indietro. Humlin ascolterà le ragazze parlare, con il pretesto del corso di scrittura.
     Non si può parlare di romanzo di formazione con un personaggio che non è certo un ragazzino. Eppure c’è una lenta evoluzione in Jesper Humlin i cui problemi maggiori sono come gestire una madre quasi novantenne (ardita, però, la signora che fa sesso telefonico a pagamento per clienti anziani), una fidanzata che vorrebbe avere un figlio da lui (ma Humlin è l’eterno immaturo), un editore che lo spinge a scrivere un thriller di cui ha già divulgato il titolo ai giornalisti. Alcune scene sono esilaranti, ridiamo. Tutto acquista un’altra proporzione quando Leyla (viene dall’Iran), Tanja (di Smolensk), Tea-bag (arriva da un paese africano) incominciano a trovare le parole  per le loro storie. Non importa il paese di provenienza, oltre a sfondi di guerre c’è sempre la violenza odiosa sulle donne- stupri, acido sfigurante, prostituzione forzata- e poi, quando, dopo vicissitudini infinite, sono finalmente arrivate nella Terra Promessa, si sono trovate ad affrontare una montagna di altre difficoltà. Prima di tutte quella di acquistare un’identità. Come, però, se, dichiarando quella vera, sarebbero rimpatriate? Equivarrebbe ad una sentenza di morte.

    C’è il Mankell che conosciamo, dietro la figura di Jesper Humlin che non pensa al successo e alle vendite quando decide che sarà lui la voce delle ragazze, sarà lui che le renderà visibili e le farà uscire dall’ombra. Perché, da questo romanzo di ombre, di ragazze invisibili dai molti nomi e dai molti passaporti, è l’ombra di Henning Mankell, morto troppo presto, nel 2015, che balza fuori a riempire un vuoto. La sensibilità di Mankell ai problemi della nostra società, la sua lungimiranza e la sua coerenza di idee e narrativa sono stupefacenti se pensiamo che è trascorso quasi un ventennio da quando ha scritto “Le ragazze invisibili”. Speriamo che le nostre parole di ammirazione e stima lo raggiungano, dovunque la sua ombra si aggiri.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net




    

Gunnar Staalesen, “Satelliti della morte” ed. 2009

                                                           vento del Nord
      cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Gunnar Staalesen, “Satelliti della morte”
Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 375, Euro 16,50

Titolo originale: Dødens drabanter

Alta sulle montagne era sorta la luna, il pallido satellite della terra, distante e solitario nella sua eterna orbita intorno al caos e all’inquietudine di quaggiù. Mi venne in mente che la luna non era sola, dopotutto. Eravamo in molti a gravitare inesorabilmente intorno allo stesso caos, alla stessa inquietudine, senza poter intervenire né cambiare qualcosa. Eravamo tutti satelliti della morte.

     Varg Veum. Quando pensavamo che proprio non ci fosse più spazio sul palcoscenico internazionale su cui si affollano ispettori e commissari e detective che popolano le pagine dei romanzi di indagine poliziesca, ecco un nuovo protagonista- e che protagonista d’eccezione! Si chiama Varg Veum: lui stesso scherza sul suo nome che significa ‘lupo’ ed è così insolito che di certo non ha molti omonimi. E’ norvegese ed è ‘nato’ a Bergen nel 1947, nello stesso anno in cui è nato Gunnar Staalesen, lo scrittore che gli ha dato le origini romanzesche. Noi lettori ne facciamo la conoscenza nel libro “I satelliti della morte”, che inaugura la nuova collana “Ombre” della casa editrice Iperborea, specializzata in narrativa nordica. Tuttavia apprendiamo sul retro copertina del libro che Varg Veum è protagonista di una quindicina di romanzi, compare in una serie televisiva, ha addirittura una statua di bronzo a lui dedicata nella sua città natale. E ci domandiamo: dove si era nascosto? come mai non ne sapevamo nulla? Perché vale veramente la pena di conoscerlo.
statua di Varg Veum
    Varg Veum è un detective privato ma, in passato, lavorava nei servizi sociali per la tutela dei minori: preparatevi a leggere una storia che fa male al cuore, come qualunque vicenda che riguardi dei bambini vittime innocenti del mondo degli adulti, e però non una storia strappalacrime perché Gunnar Staalesen è troppo bravo, troppo profondamente sottile per correre il rischio del sentimentalismo della facile pietà.
La prima volta che Varg vede Janegutt, questi avrà al massimo tre anni: sporco, un pannolino strapieno di pipì, degli occhi senza espressione. I servizi sociali lo portano via da una madre che beve, si droga, che non è in grado di badare a lui. Janegutt ha sei anni quando Varg lo incontra di nuovo: il padre adottivo è morto, precipitando dalle scale. Il bambino ha ancora lo sguardo vacuo, tace. Apre solo la bocca per dire, ‘è stata la mamma’. A diciassette anni la morte soffia ancora in faccia a Janegutt che non si chiama più con il dolce diminutivo che gli aveva dato la vera mamma- ora è Jan Egil. Questa volta sono stati ammazzati, in una maniera brutale, entrambi i nuovi genitori adottivi: Jan Egil è l’unico indiziato, viene condannato al carcere. Ancora: dieci anni dopo l’uomo che era stato il convivente della madre naturale di Jan Egil viene ucciso con una mazza da baseball. Che cosa c’è in questo ragazzo per far sì che la morte gli giri sempre intorno? E’ sempre stato lui il colpevole, anche della caduta fatale di cui si era autoaccusata la madre adottiva? Fino a che punto le esperienze di vita della donna che lo ha messo al mondo hanno determinato la sua esistenza? Esiste una predestinazione?
dal film
    Varg Veum parla in prima persona nel romanzo di Gunnar Staalesen e, per quanto la sua narrazione sia per forza soggettiva, ci colpisce la sua onestà morale e intellettuale, ci piacciono la sua profonda umanità, la sua comprensione, la sua capacità di relazionarsi ad un bambino come se fosse un suo pari e più tardi ad un adolescente turbato, conquistandone la fiducia. Varg non è perfetto. Ogni tanto Varg alza il gomito; Varg è separato dalla moglie ed ha un figlio. Anche lui si occupa poco di suo figlio- certo, non è un alcolista, non è un tossico come la madre di Jan Egil, ma come si può sapere come i figli risentano dell’abbandono da parte di un genitore? E comunque l’intuizione di Varg Veum, soprattutto la sua volontà di meritarsi la fiducia di quel ragazzo così colpito dalla vita, lo portano a scavare nel passato, facendo venire alla luce fatti che in apparenza hanno ben poco a che fare con quelli del presente. In una Norvegia dal paesaggio cupo, fra montagne che paiono dure e nemiche prima di aprirsi negli squarci di bellezza dei fiordi, c’è la memoria di un antico delitto avvenuto nel 1839. Strano come si possa apprendere qualcosa di nuovo anche su di un fatto così remoto nel tempo, e la lezione è che niente è come appare.

    Vi avverto: il finale vi farà stare molto male. Anche Varg è gravemente ferito in uno scontro a fuoco, ma siamo certi che non ‘può’ morire: noi lettori vogliamo incontrarlo ancora e conoscerlo di più.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 4 dicembre 2017

Marc Fernandez, “Onde confidenziali” ed. 2017

                                                        Voci da mondi diversi. Francia
cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA

Marc Fernandez, “Onde confidenziali”
Ed. Sellerio, trad. F. Bruno, pagg. 211, Euro 16,00

    Non c’è mai fine al Male. Credevamo di aver appreso tutto sui desaparecidos, pensavamo che le madri addolorate con il fazzoletto bianco in testa fossero quelle di Plaza de Mayo, che i bambini sottratti alle mamme oppositrici del regime fossero soltanto quelli argentini, e invece “Ore confidenziali”, il libro di Marc Fernandez (francese di origini spagnole), ci apre gli occhi su quanto è successo in Europa, in Spagna, durante il franchismo e anche negli anni seguenti, e ci chiediamo se la notizia apparsa a suo tempo sui nostri giornali ci sia sfuggita per distrazione o perché non le è stato dato abbastanza risalto.
    Si calcola che siano stati dodicimila i bambini desaparecidos in Spagna, rubati appena nati e venduti a famiglie giudicate più idonee a farli crescere in un ambiente sano e conforme allo spirito della destra del Generale Franco. Marc Fernandez immagina un futuro/presente ravvicinato in una Spagna in crisi economica in cui l’estrema destra ritorna al potere dopo anni di governo socialista, imbavagliando i media e mettendo a tacere qualunque contestazione. La sera stessa delle elezioni un giovane candidato del partito vincitore viene assassinato in strada. E’ questo il primo delitto con cui si apre il romanzo in cui il personaggio principale è Diego Martín, giornalista conduttore di una trasmissione radiofonica che va in onda alla mezzanotte del venerdì, “Onde confidenziali” per l’appunto (il titolo originale è “Mala vida”, dalla canzone di Manu Chao).
Alla radio Diego Martín propone dei casi di cronaca nera, aggiungendo nuove indagini chiarificatrici e interviste con fonti attendibili. Alla trasmissione partecipa anche un procuratore che vuole mantenere l’incognito- ogni settimana questo procuratore X che altera la voce per non essere riconosciuto, parla di casi in corso, di fascicoli fatti sparire da colleghi senza scrupoli, fa riemergere scandali. I delitti che si susseguono ora- a Madrid, Valencia, Barcellona, cinque in tutto e spuntati ad uno ad uno da chi li commette e di cui conosciamo subito l’identità- sono in apparenza scollegati l’uno dall’altro, difficile venirne a capo. Il giudice David Ponce e la detective Ana (un trans che arriva dall’Argentina, un personaggio molto anticonvenzionale) collaborano con Diego per scoprire di più. E poi compare sulla scena Isabel, avvocato, che ha mollato famiglia e lavoro a Parigi per ritornare in Spagna da cui i nonni erano fuggiti negli anni della dittatura. “Ore confidenziali” è il tramite ideale per lanciare la ‘bomba’- la notizia, basata su prove e testimonianze, dei bambini sottratti alle madri negli anni del Generalissimo e non solo. Erano in tanti a sapere, ad avvantaggiarsene, a tacere. Da adesso la congiura del silenzio è infranta. L’indice di ascolto della trasmissione è altissimo. Sono in molti, moltissimi, a farsi avanti, a raccontare, a voler sapere di più, ad esigere giustizia. Usciranno indenni i coraggiosi Diego, Ponce e Ana da questa tempesta? E Isabel, di cui seguiamo i travestimenti e le imprese? Quale giudizio dare su chi si fa giustizia da sé?

    “Onde confidenziali”, un romanzo tra realtà e finzione, scritto in uno stile asciutto e scorrevole, si legge di un fiato: l’argomento è dolorosamente scottante, impossibile non sentirci partecipi. Marc Fernandez sfrutta la cornice del giallo e del noir per tenere il lettore ancora più avvinto- di fronte ad un assassino che agisce con un piano preciso e messo a punto in ogni dettaglio nel presente c’è chi ha preso parte, in maniera diversa, a crimini nel passato. E per crimini si intende non solo e non necessariamente la morte di qualcuno, sono stati atti criminali anche gli arresti degli oppositori, le incarcerazioni, le torture, i bambini rubati. Il silenzio.
Il coraggio di Diego Martín, del giudice che perde il posto, della battagliera Ana a cui pare di essere ripiombata nell’incubo argentino, è il coraggio di Marc Fernandez che solleva il sipario su un’epoca buia e riapre vecchie ferite.




domenica 3 dicembre 2017

Benedict Wells, "La fine della solitudine" - Intervista 2017

        Voci da mondi diversi. Area germanica
                                    Intervista


     Quando Benedict Wells appare da dietro una scaffalatura di libri nella biblioteca del Goethe Institut di Milano dove presenterà il suo romanzo, lo riconosco perché ne avevo visto le foto, ma mi sembra ancora più giovane di quello che appare in fotografia. Potrebbe essere un ragazzo che ha appena finito il liceo, anche se invece ha 33 anni. Della giovinezza ha l’entusiasmo e il calore, la passione nella voce quando parla del suo libro a cui- mi dice- ha dedicato sette anni.

C’è una frase che mi ha molto colpito, nel suo libro, e vorrei iniziare da lì. E’ quando Jules dice “Ero convinto che uno potesse costringersi a essere creativo, a lavorare sulla fantasia, ma non sulla volontà. Il vero talento è la volontà”. E’ stato così che ha funzionato anche per Lei? E’ la forza di volontà che l’ha spinta?
   Sì, era la mia unica possibilità. A scuola, al liceo, non ero il più bravo, non ero quello con maggior talento. Il talento non era una cosa che potevo controllare, ma la volontà e la tenacia, sì. Questo può fare la differenza. Se sei un genio e hai talento, va tutto bene, ma se sei una persona normale, la forza di volontà è essenziale. Io non ho continuato a studiare dopo le superiori, non sono andato all’università. Lavoravo di giorno e scrivevo di notte. Per cinque anni mi sono visto rifiutare tutti i miei scritti, naturalmente mi sentivo frustrato: penso che pochi, pochissimi avrebbero continuato a scrivere dopo tutti i fallimenti. Certo, ci voleva anche fortuna, ma la volontà era l’unica cosa che potevo controllare e io sapevo, anzi credevo che avrei potuto migliorare anche in campo creativo.

Era uno di quegli alunni che, a scuola, avrebbe saputo scrivere anche il tema del suo compagno di banco, oltre al suo? Ha iniziato presto a scrivere?
     No, perché non ero particolarmente bravo a scuola, ero nella media e poi non ci davano dei temi da scrivere, ma analisi e interpretazioni di testi. Mentre io, invece, volevo raccontare delle storie. Non ho studiato letteratura perché volevo scrivere io. Quando avevo quindici anni ho scoperto John Irving e ha cambiato il mio punto di vista. Sono rimasto colpito dai suoi personaggi, è come se Irving avesse aperto una porta per me, volevo scrivere anche io delle storie con personaggi così eccitanti. E’ da allora che ho avuto il desiderio di scrivere. All’inizio, però, scrivevo cose tremende. A 18 anni ho scritto il mio primo libro- era pessimo, ma io volevo scrivere. All’inizio pensavo che fosse il più bel libro del mondo e l’ho inviato in lettura a parecchie case editrici- avrei voluto far vedere ai miei insegnanti che avevo pubblicato un libro. Un editore lo ha letto- sì, erano gli anni in cui le opere di giovani scrittori erano molto richieste, per quello sono stato fortunato e il mio scritto è stato preso in esame- e mi ha detto che il romanzo era pessimo.

Quanti anni aveva quando ha pubblicato il suo primo romanzo?
    Avevo 24 anni, questo è il mio quarto libro e quello che ha avuto maggior successo.
John Irving

Altra domanda banale ma inevitabile: c’è qualcosa di Lei in Jules, nel suo temperamento artistico?
    Invece è una buona domanda. Jules ed io siamo simili ma diversi- il nostro approccio alla scrittura è simile. L’anno prossimo pubblicherò dei racconti e due di questi sono scritti da Jules. Uno è quello che sta scrivendo Jules bambino ne “La fine della solitudine”, la storia di una biblioteca di notte in cui i libri parlano (vedere pag. 34 nel libro). L’altro è sul padre di Jules e la macchina fotografica trovata da Jules nel cassetto. Dapprima questa storia, questa parentesi, era inclusa ne “La fine della solitudine”, poi l’ho tolta perché il romanzo è sul figlio e non sul padre. Avrebbe spostato l’attenzione da Jules a suo padre.

E nella scelta delle passioni di Jules- di Jules e di Alva- che ricorrono in tutto il libro, la musica e la letteratura? Anche quelle sono le sue passioni?
    Assolutamente sì, sono le mie passioni- mi piacciono i cantanti e i musicisti del libro, non sono i miei preferiti ma la musica è la mia passione.

Si parla spesso de “Il cuore è un cacciatore solitario”, il romanzo di Carson McCullers: è una delle sue letture preferite?

   In realtà “Il cuore è un cacciatore solitario” è entrato nel libro per caso. Alva lo leggeva e ho dovuto leggerlo anche io. E mi sono accorto che entrava perfettamente nel romanzo e mi apriva altre porte.

C’è un autore russo a cui ha pensato, dietro Aleksej Nikolaj Romanov?
   No, non c’è nessuno. Tante cose sono entrate nel libro come a mia insaputa. Ad esempio, ad un certo punto c’era Alva che leggeva “Cuore di tenebra” di Conrad e poi ho sentito che non andava bene e l’ho sostituito con “Il buio oltre la siepe”. Cerco di seguire le mie intuizioni. Romanov entrava bene nel libro e così gli ho dato più spazio.

E di Fitzgerald- altro scrittore menzionato nel romanzo- che cosa la attrae? Forse il mito della giovinezza?
     No, la sua maniera di scrivere. Come per Kazuo Ishiguro, che ammiro moltissimo e di cui mi è piaciuto soprattutto “Non lasciarmi”, più ancora di “Quel che resta del giorno”. Mi piacciono tutti i libri di Fitzgerald- è tenero, sensibile, forte, è uno scrittore molto importante per me. E pensare che il suo romanzo che amo di più, “Tenera è la notte”, è stato selvaggiamente attaccato dai critici…

Mi ha affascinato il personaggio di Alva: ha sempre avuto un ruolo così centrale o lo ha conquistato a sua insaputa?

     Alva ha sempre avuto un ruolo centrale, anche nella prima stesura, quando avevo 24 anni. E’ un personaggio difficile. A volte sai tutto di un personaggio, fin dall’inizio. Alva, invece, era un mistero, mi ci sono voluti anni per raggiungerla, guardarla negli occhi e chiederle, “Chi sei, Alva?” e l’ho capita solo al 94%. Alva ha ancora dei segreti per me.

Se la vita è un gioco a somma zero- mi pare che la bilancia negativa pesi tanto nel caso dei protagonisti.
    Dipende. Jules dice che la vita non è un gioco a somma zero, che le cose accadono come accadono, a volte in maniera giusta e a volte talmente ingiusta che viene da dubitare di tutto, e poi cambia opinione. A volte penso che abbia ragione lui, a volte sono più ottimista, non c’è una risposta definitiva. L’altra risposta che Jules dà è che questa vita non può essere sbagliata perché è la sua. Così distrugge la domanda stessa- la tua vita non può essere sbagliata.


Questo è il suo quarto libro ed è quello che ha avuto più successo. Ha paura del ‘poi’? il nuovo libro di racconti non potrà avere lo stesso successo di questo.
    Ah, certamente no. Questo è stato un successo inaspettato. I primi tre libri erano molto più leggeri, pensavo che questo fosse troppo triste e non mi aspettavo niente. Sono stato preso di sorpresa. Ci ho messo tutto me stesso, come posso aspettarmi di scrivere altro? Adesso penso che per me sia il momento di divertirmi. Divertirmi e anche sento che devo pubblicare i miei racconti- non mi aspetto niente, però.

Il prossimo romanzo avrà per protagonista un sedicenne negli anni ‘80- sarà una storia del tutto diversa, quella di una maturazione. Ho impiegato sette anni per scrivere “La fine della solitudine”, questo è un romanzo che parla di morte, di solitudine, di perdita- è anche deprimente scrivere un libro così e sarebbe impossibile scriverne uno simile. Il prossimo sarà del tutto diverso: provo sollievo a scrivere d’altro.

intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.net