venerdì 18 agosto 2017

Jan-Philipp Sendker, “Gli accordi del cuore” ed. 2013

                                                      Voci da mondi diversi. Area germanica
      la Storia nel romanzo
      il libro ritrovato

Jan-Philipp Sendker, “Gli accordi del cuore”
Ed. Neri Pozza, trad. Riccardo Cravero, pagg.350, Euro 17,00
Titolo originale: Herzenstimmen

     Mio padre conosceva le persone dal modo in cui il loro cuore batteva. Aveva scoperto che ogni cuore risuona in modo diverso e che dalle tonalità del cuore, proprio come dalle voci, si può capire molto di una persona. Quando si innamorò di una ragazza fu perché non aveva mai sentito prima un suono più bello del battito del suo cuore.


         New York. Julia, avvocato trentottenne in uno studio di prestigio, è incapace di pronunciare anche solo una parola durante una riunione, proprio nel momento in cui toccherebbe a lei parlare. Resta paralizzata con l’eco di una voce nell’orecchio: una donna le fa delle domande disturbanti, le chiede, imperiosa e assillante, chi sia, che cosa stia facendo, perché sia sola, perché non abbia figli. Julia teme di stare impazzendo. Nello sconcerto generale si alza e abbandona la riunione.
      E’ un inizio inquietante, quello del nuovo romanzo di Jan-Philipp Sendker, il seguito dell’acclamato “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”. Inquietante per il lettore razionale che non è pronto a scavalcare la barricata tra due maniere diverse di guardare la realtà. Perché lo scrittore tedesco Sendker- e chi conosce gli altri suoi libri, inclusi quelli di genere vagamente ‘giallo’, lo sa bene- ha vissuto a lungo in Oriente, le sue trame sono permeate di un’altra cultura e i suoi personaggi sono lì per ricordarci che la folle rincorsa al successo e al denaro del mondo occidentale non è l’unico modo di vivere. E Julia, figlia di madre americana e di padre birmano, un legame sentimentale fallito alle spalle, un aborto causato dalla scarsa prudenza, decide che- se la sua non è schizofrenia o insorgente follia- solo ritornando a Kalaw, dove abita il fratellastro che non vede da una decina d’anni e da cui ha appena ricevuto una lettera, può forse capire che cosa le stia succedendo, che cosa voglia da lei la donna sconosciuta che le parla senza ormai darle pace.

      Il viaggio di Julia in Birmania- come possiamo immaginare- è un percorso per una migliore comprensione di sé, un viaggio che porterà Julia a dare una risposta, travagliata e sofferta, alle domande su chi ella sia e su che cosa voglia dalla vita. E lungo il percorso, guidata dal fratellastro U Ba (una sorta di novello Virgilio che le spiega un mondo diverso), Julia incontrerà delle persone che- a frammenti poi ricuciti- le racconteranno la storia della donna la cui anima è entrata in quella di Julia.
Dal punto di vista narrativo questo è un pretesto ben congegnato per inserire un secondo romanzo dentro il primo romanzo, un secondo libro che contiene una storia drammatica dentro la drammatica storia di guerre e violenze della Birmania. E’ dapprima la storia di una donna e di un uomo molto innamorati che non riuscivano ad avere figli, di come poi la donna riuscì a mettere al mondo due maschietti a un anno di distanza l’uno dall’altro. Di un primogenito molto amato e di un secondogenito trascurato, delle difficoltà di una piccola famiglia dopo la morte accidentale del marito e padre, dell’arrivo dei soldati, infine, che portavano via tutti i ragazzi e uomini dei villaggi. E della tremenda scelta che la madre aveva dovuto fare (ci è venuta in mente la prova simile a questa nel bellissimo romanzo di William Styron, “La scelta di Sophie”, da cui è stato tratto il film con Meryl Streep). Che cosa avrebbe potuto fare quella povera madre? Qualunque dei due figli avesse deciso di salvare, sarebbe ugualmente stata responsabile della condanna dell’altro. Si era dannata, la donna. E aveva dannato entrambi i figli, quello riscattato e quello mandato a morte quasi certa.

      Eppure non finisce tutto così. Quello che Julia impara, quello che noi impariamo nel nostro mondo in cui facciamo sconti di comprensione per chi si comporta in maniera criminale, è che- qualunque siano le carte che ci vengono messe in mano- ognuno di noi è responsabile della propria vita, ognuno può manovrare il timone e cambiare la rotta. Ne è la prova il bel personaggio di Thar Thar che raggiungiamo con Julia nel singolare monastero in cui ospita bambini che hanno dei problemi. E preparatevi a sentire una terza storia, contenuta nella seconda e che si srotola da questa.

     Si vorrebbe leggere ancora, una volta terminato il libro di Sendker che, oltre ad averci intrattenuto, ci ha portato a riflettere su quanto sia vera l’importanza delle parole scritte da E.M.Forster all’introduzione del suo “Passaggio in India”: soltanto connettere, la prosa con la passione,  l’Occidente con l’Oriente.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 17 agosto 2017

Jan-Philipp Sendker, “Gli scherzi del Dragone” ed. 2011

                                            Voci da mondi diversi. Area germanica
  cento sfumature di giallo
  il libro ritrovato

Jan-Philipp Sendker, “Gli scherzi del Dragone”
Ed. Neri Pozza, trad. Francesco Porzio, pagg. 376, Euro 18,00
Titolo originale: Drachenspiele

    Christine non aveva pensato che suo fratello potesse avere un aspetto così vecchio. Sfinito. Stanco. Stanco della vita, pensò. Avrebbe potuto essere il fratello di sua madre. Li separavano poco più di dieci anni. Anni cinesi, però. Lui aveva vissuto anni cinesi, lei anni di Hong Kong. Non era lo stesso. Sul grande planisfero terrestre erano stati vicini, lontani solo una punta di spillo l’uno dall’altra, Hong Kong-Sichuan, Hong Kong-Shanghai, meno di tre ore di volo, u  giorno e una notte in treno, tuttavia le loro età andavano misurate con metri diversi. Gli anni cinesi lasciano tracce profonde. Gli anni cinesi divorano. Logorano e consumano.

     Il monologo silenzioso di una donna quasi paralizzata che non riesce a far uscire le parole dal guscio della sua testa che va assomigliando sempre più a uno scheletro. Il marito la accudisce con tutto il suo amore. Vivono in un villaggio a tre ore da Shanghai dove la vita è così miseranda che la gente non fa caso al fatto che ci siano altre donne che hanno avuto un ictus (questa è stata la diagnosi dei medici) negli stessi giorni in cui l’ha avuto Min Fang. E neppure si è posta domande sullo strano comportamento dei gatti, che sono morti dopo quello che pareva un attacco di follia. Invece, quando Paul Leibovitz vede Min Fang, quando sente raccontare dei gatti, quando fa una breve passeggiata sulla riva di un lago dove Min Fang andava a pescare, si insospettisce.

      “Gli scherzi del Dragone” è il secondo romanzo della trilogia dello scrittore tedesco Jan-Philipp Sendker che ha come protagonista il personaggio singolare di Paul Leibovitz. Ha cinquantatre anni, vive da trent’anni a Hong Kong, parla benissimo sia il cantonese sia il mandarino. Ha alle spalle una tragedia: il suo bambino è morto di leucemia. Divorziato, ha incontrato da poco (nel romanzo precedente) Christine Wu con cui ha stretto un legame d’amore intenso. Christine è arrivata a Hong Kong quando era una bambina, in fuga con la madre dalla Cina di Mao. Mentre infuriava la Rivoluzione Culturale suo padre si era suicidato, lanciandosi da una finestra per sottrarsi alle Guardie Rosse che avevano fatto irruzione in casa, scoprendo i libri di Confucio nascosti sotto le assi del pavimento. Christine aveva anche un fratello, Da Long, che era stato mandato nei campi per essere rieducato. Non ne avevano saputo più nulla, probabilmente era morto. E invece no: dopo quasi quarant’anni Da Long si è fatto vivo, scrivendo una lettera alla sorella. Potrebbe andare a trovarlo la sua mei-mei, la sorellina?
    Ed è così che Paul e Christine partono- è la prima volta che Christine rimette piede in Cina. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Sono davvero cambiate le cose? E’ cambiato lo stile di vita, è cambiato il volto delle città. Forse c’è ancora più corruzione di un tempo, un maggior divario tra ricchi e poveri, e poi, si può contare su uno stato di diritto? Una volta gli avvocati neppure esistevano ma ora, che libertà hanno gli avvocati? Se osano, per ingenuità, per idealismo (o per stupidità) accettare di portare avanti delle cause che toccano gli interessi dei ‘grandi’ (riguardanti imprese in cui è cointeressato il governo o espropri di terre per grandiose riedificazioni) è certo che saranno ridotti a fare i passacarte. O gli archivisti. Quando Paul sospetta che Min Fang sia stata avvelenata dal mercurio contenuto nelle acque del lago in cui pescava, quando ne è certo, dopo aver fatto fare delle analisi, quando è chiaro che è la fabbrica sulla riva del lago che scarica i veleni nelle acque, la situazione si fa minacciosa. Pericolosa. Non c’è avvocato che se la senta di portare avanti la loro denuncia. Al più consigliano di metterla in internet. Con conseguenze che lascio scoprire al lettore.


    C’è la profezia di un astrologo cinese che riaffiora puntuale a scandire la trama. Aveva detto a Paul: Darai vita. Prenderai vita. Perderai vita. Paul aveva pensato che fossero parole prive di fondamento. Ma si avverano, una dopo l’altra. E l’enigma del significato delle tre profezie aggiunge una dimensione privata alla trama di indagine. “Gli scherzi del Dragone” è un bel romanzo, una vicenda di colpe e di tradimenti in un tempo in cui era difficile resistere al vento della Storia, una storia dello sforzo per recuperare l’integrità e la dignità personale, di un amore che oltrepassa la barriera del corpo. Ed è pure un grido di allarme, la denuncia di una totale mancanza di scrupoli nei confronti del benessere e della salute del popolo, nel silenzio generale.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


martedì 15 agosto 2017

Jan-Philipp Sendker, “Alla fine della notte” ed. 2017

                                               Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                cento sfumature di giallo
      FRESCO DI LETTURA

Jan-Philipp Sendker, “Alla fine della notte”
Ed. Neri Pozza, trad. Alessandra Petrelli, pagg. 317, Euro 18,00


    Incomincia con un prologo raggelante, anche se capiremo molto più avanti di che cosa si stia parlando, il nuovo romanzo dello scrittore tedesco Jan-Philipp Sendker. Paul Leibovitz, il protagonista dei suoi libri, è su un taxi quando nota un giovane dall’aria sospetta, sull’angolo di una via. Poi ne vede altri due. E un’Audi nera con i vetri scuri parcheggiata vicino alla zona di sicurezza davanti all’ingresso dell’ambasciata americana di Pechino. La moglie Christine tiene in grembo il loro bambino di quattro anni, David, nascosto sotto una coperta nera. Paul ordina al tassista di non fermarsi, di proseguire, e no, non vogliono più andare all’ambasciata.
Stacco di scena. Una telefonata. Un ordine impartito. “Portateli qui”. “Tutti?”. “No, solo il bambino”.
Che cosa è successo? Che cosa sta succedendo? Rabbrividiamo.
ambasciata americana a Pechino
    Il vero inizio del libro si colloca due settimane prima nel tempo: Paul è arrivato a Shi, nel Sichuan, con il piccolo David per far visita all’amico Zhang. Tanto è cambiato Paul, che ha trovato una nuova serenità dopo la morte del figlio Justin e la separazione dalla prima moglie, tanto è cambiato pure Zhang, il poliziotto della squadra omicidi di Shenzen che ha messo fine alla sua vecchia vita, ha lasciato la famiglia e si è ritirato in un monastero buddista nella sua città natale- il suo è un rifiuto della nuova Cina, il prodotto di un tragico passato di cui anche Zhang è stato vittima. Mentre Paul è allo zoo con David, una ragazza nota il bambino, così insolito, così bello con quel mix di oriente e occidente- riccioli neri e occhi blu dal taglio a mandorla. Vuole essere fotografata con lui. Impossibile rifiutare. Con lei c’è un giovane che ha l’aria di chi ottiene sempre quello che vuole.
   Sospettiamo già quello che infatti avviene. Christine non perdonerà mai a Paul di aver lasciato il bambino da solo nell’atrio dell’albergo per andare in toilette: il bambino scompare. Peggio. La polizia a cui Paul si rivolge gli consiglia di non cercarlo neppure.
    “Alla fine della notte” è retto da una tensione fortissima mentre seguiamo la fuga di Paul con Christine e David (miracolosamente restituito da chi pagherà quest’azione di coscienza con la propria vita) lungo percorsi secondari, seguendo le indicazioni di Zhang che riesce a trovare per loro chi li nasconda, senza sapere quale sarà la tappa seguente, con il terrore di venire scoperti- sono così facilmente individuabili loro tre, un gwo wai, uno straniero, una cinese, un bambino ‘diverso’ dagli altri.
Da una casupola in campagna ad una città fantasma, con un vecchio già colpito dalla sorte e poi con una donna strana e generosa, trascinandosi dietro il nipotino del vecchio- sarà un peso in più? li aiuterà a essere meno riconoscibili? potevano fare altrimenti dopo quello che era successo? La meta è Pechino, il rifugio dell’ambasciata. Arriveranno fino a lì le lunghe mani dell’uomo potente a cui avevano osato sottrarre il suo giocattolo?
   Perché nella vicenda del bambino rapito c’è l’ennesimo capitolo della storia di una realtà sciagurata, di un paese in cui una Storia spregevole ha prodotto individui spregevoli, l’unico valore è quello dei soldi e i soldi comprano tutto- coscienza, affetti, esseri umani, la vita di chiunque. Non c’è modo di fronteggiare il Male in questa Cina- tutti i ‘buoni’ del romanzo muoiono o abbandonano il paese. Zhang cercherà rifugio in Tibet, neppure Hong Kong è più sicura per Paul Leibovitz. Christine ci era arrivata a nuoto per fuggire dalla Cina di Mao. Ma allora Hong Kong era ancora colonia inglese. Ci si può fidare delle leggi che assicurano “Un Paese, due sistemi?”.

    Inquietante, bello, scritto con la sensibilità che apprezziamo in Jan-Philipp Sendker, con un orecchio attento ai dialoghi dei bambini, con una profonda conoscenza della Cina e della cultura cinese.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


per contattarmi: picconem@yahoo.com

   

      

domenica 13 agosto 2017

Jan-Philipp Sendker, “Il sussurro delle ombre” ed. 2010

                                                Voci da mondi diversi. Area germanica
  cento sfumature di giallo
  il libro ritrovato

Jan-Philipp Sendker, “Il sussurro delle ombre”
Ed. Neri Pozza, trad. Francesco Porzio, pagg. 379, Euro 18,00

    Hong Kong. Paul Leibovitz, che vive e lavora da trent’anni nel continente asiatico, ha perso il suo bambino, morto di leucemia. Anche qualcosa di David è morto con suo figlio. Soprattutto non vuole dimenticare, non vuole tirare avanti come se la morte del piccolo Justin fosse un incidente di percorso. Si separa dalla moglie, si ritira a vivere nell’isoletta di Lamma, lascia nell’ingresso della nuova casa la giacca a vento e gli stivaletti di gomma del bambino. Come se potesse tornare, da un momento all’altro. Conosce una donna, Christine, ne è attratto, ma è incapace di dare amore a chiunque.
Poi succede qualcosa: è l’empatia immediata verso un dolore che riconosce identico al suo che gli fa prestare ascolto ad Elizabeth Owen, la signora americana incontrata per caso sul monte Peak, dove era andato per l’escursione rituale in memoria di Justin? La donna è disperata, si rivolge a lui per aiuto: suo figlio Michael si era recato a Shenzhen, appena al di là del confine, in Cina, per incontrare il loro partner commerciale Victor Tang, ed è scomparso.
isola di Lamma
     L’ottimo romanzo “Il sussurro delle ombre”, dello scrittore tedesco Jan-Philipp Sendker, prende l’avvio da queste due scomparse e dal dolore di due genitori, e le ombre che sussurrano e non danno pace, impedendo di dimenticare, sono i ricordi- quelli privati e quelli di un intero popolo che vorrebbe rimuovere il passato. Come se si potessero murare i ricordi. Come se si potessero cementare e lastricare. Come se bastasse correre veloce per sfuggire alla propria ombra.
Nonostante la titubanza, Paul fa il possibile per rintracciare Michael Owen, figlio del proprietario di un’azienda produttrice di pezzi di ricambio automobilistici che ha spostato in Cina l’industria. Paul è un ingenuo, ha vissuto nel suo isolamento e non sa proprio come gira il mondo, soprattutto nella nuova Cina, in corsa verso il capitalismo appena scoperto. E’ il suo amico David Zhang, poliziotto a Shenzhen, ad aprirgli gli occhi- David che non ha fatto carriera perché è la mosca bianca che non accetta regali sotto nessuna forma, che riconosce, sotto gli apparenti rinnovamenti, gli stessi sistemi intimidatori di un tempo, e avverte la minaccia e il pericolo che provengono non più dal potere dell’ideologia ma da quello della ricchezza che compera tutto. Onestà, integrità, sincerità, virtù. E’ la bella Christine a cercare di infondere in Paul paura della Cina: suo padre è stato una vittima della rivoluzione culturale, la sua famiglia è stata inghiottita dalla Storia degli anni del Grande Timoniere, niente può essere radicalmente cambiato, lei non metterà più piede in Cina.
Shenzhen
    Sendker apre il sipario sulla Cina che sta invadendo il mercato occidentale e ci fa vedere la nuova società attraverso i suoi personaggi. La vittima (perché si scopre presto che lo sconosciuto trovato morto nel parco di Shenzhen è Michael Owen) credeva di essere furba e all’avanguardia, spostando la produzione in Cina, senza neppure immaginare che, quando mai avesse voluto sganciarsi, non gli sarebbe stato possibile. Perché David Zhang e l’imprenditore Victor Tang sono due facce della stessa medaglia, due prodotti della Rivoluzione Culturale che li ha spinti in due direzioni opposte. Hanno un segreto in comune del tempo in cui erano insieme in un campo di rieducazione: Tang aveva ucciso un monaco buddista, Zhang era stato a guardare. Il ricordo è un’ombra che sussurra assillante all’orecchio di Zhang (che è diventato buddista e crede nella responsabilità dei suoi atti), mentre serve solo come arma di ricatto a Tang, che ha giurato a se stesso che non sarebbe mai stato nel fango a prendersi gli sputi, come suo padre: sarebbe stato tra quelli che sputavano. Tang, il nuovo cinese che ha studiato a Harvard, che parla un inglese perfetto, che ha una grossa cultura europea, cita Balzac: “Dietro ogni grande ricchezza c’è sempre un grande delinquente”. Potrebbero essere parole del presidente Mao. O del presidente Hu. I delinquenti travalicano il tempo e i confini.

    Non manca nulla nel romanzo di Jan-Philipp Sendker. Sentimenti e suspense, spietatezza e sensi di colpa, colore e analisi socio-economica. Da leggere.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



per contattarmi: picconem@yahoo.com

venerdì 11 agosto 2017

Qiu Xiaolong, “Il poliziotto di Shanghai” ed. 2017

                                                        Voci da mondi diversi. Cina
  cento sfumature di giallo
   FRESCO DI LETTURA

Qiu Xiaolong, “Il poliziotto di Shanghai”
Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 233, Euro 18,00


    “Il poliziotto di Shanghai” non è un libro come gli altri della serie dello scrittore cinese Qiu Xiaolong che ha per protagonista l’ispettore poeta Chen Cao. Perché è un libro sul ‘farsi’ di Chen Cao, un libro in cui i ricordi dell’adolescenza e della giovinezza di Chen Cao sembrano mescolarsi con quelli di Qiu Xiaolong stesso, partito dalla Cina nel 1988 per approfondire le sue ricerche sul poeta T.S.Eliot in St.Louis, Missouri, e rimasto definitivamente negli Stati Uniti dopo i fatti di Piazza Tiananmen, quando un’interpretazione tendenziosa di una sua poesia rese pericoloso il suo ritorno in patria.
    Chen Cao è sempre stato per natura uno studioso, gli interessava la letteratura inglese, amava la poesia, T.S. Eliot era il suo poeta preferito. Queste sue inclinazioni, anzi, questa sua passione per la poesia ritorna di continuo in tutti i romanzi che lo vedono come protagonista, tra citazioni di liriche antiche e versi di Eliot o composti da lui stesso. Che ci fa, allora, un poeta studioso nel corpo di polizia? Come si concilia la poesia con i fatti di sangue? Riavvolgiamo indietro il film della Storia, agli anni del Grande Timoniere Mao, alla Rivoluzione Culturale che azzerò e penalizzò la cultura, diede i libri alle fiamme, spedì i giovani (e non giovani) alla rieducazione nei campi perché imparassero a vivere una vita vera, al servizio del popolo. Ci voleva tenacia e passione per mantener desti i propri interessi, per risorgere dalle ceneri di quella distruzione. Chen Cao (Qiu Xiaolong?) ci è riuscito. Per Qiu Xiaolong la prova è la borsa di studio per scrivere un libro sul suo amato T.S.Eliot, mentre Chen Cao è rimasto a Shanghai e non ha potuto fare altro che accettare la collocazione lavorativa in cui è stato destinato, nel corpo di polizia.

     Ne “Il poliziotto di Shanghai” il giovane ‘apprendista’ Chen Cao risolve un suo primo caso in cui un uomo è stato ucciso in strada, dopo essere uscito dal ristorante. E mostra quella finezza intellettuale che ci è ben nota, oltre ad uno spiccato interesse per il cibo che manterrà negli altri libri della serie.
Quello che ci interessa di più, tuttavia, nel breve libro di Qiu Xiaolong, sono i ricordi traumatici di Chen Cao (e senza dubbio dello scrittore stesso, se possiamo così interpretare i capitoli scritti in prima persona) dei processi pubblici di autocritica, delle esposizioni pubbliche senza fine con lavagne appese al collo recanti scritti i capi di accusa, delle umiliazioni che ferivano anima e corpo, delle conseguenze spesso mortali di tutto ciò. Non è possibile restare indifferenti leggendo queste pagine, non è possibile non ricordare quanto diverse arrivavano in Europa le notizie della Rivoluzione in uno sventolare incosciente di libretti rossi. E ci sembra eroico lo sforzo di dissidenza silente dei giovani che continuano a leggere, scambiandosi i libri, passandoli di mano con una pericolosa staffetta notturna- come fa Chen Cao, come avrà fatto Qiu Xiaolong.

Un fratello di Chen Cao, ammalato, gli dice che la Rivoluzione Culturale gli ha spezzato la vita. A lui, come a tanti, tantissimi altri. Per cosa, poi? Tutta quella sofferenza, tutti quei morti, erano necessari per la Cina di oggi che ha imboccato tutt’altro cammino?
     Mi ha riempito di tristezza, la lettura de “Il poliziotto di Shanghai”: “il sogno di ieri si è disperso al vento,/ ma il vento sta ancora sognando la luna di ieri”.



       

Panos Karnezis, "Il labirinto" ed. 2004

                                               Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                la Storia nel romanzo
     il libro ritrovato

Panos Karnezis, “Il labirinto”
Ed. Guanda, trad. Federica Oddera, pagg. 331, Euro 15,00

   Difficile pensare al labirinto ed immaginarlo come una steppa desertica, senza punti di riferimento, con l’orizzonte che scolora all’infinito nel cielo. Eppure è questo il labirinto che dà il titolo al nuovo romanzo dello scrittore greco Panos Karnezis, “Il labirinto”, pubblicato da Guanda come già il precedente, “Tante piccole infamie”, dello scorso anno. Una sparuta brigata greca si ritira dall’Asia Minore dopo la sconfitta per mano dei turchi, nel 1922, e procede alla cieca nella calura, in un labirinto di sabbia, verso il mare e la salvezza. C’è forse un Minotauro in agguato che li attende? Piuttosto delle Furie che li inseguono, il ricordo vergognoso che nessuno riesce a cancellare di un massacro di civili. Era stato il generale Nestor ad ordinarlo, e non c’è dose di morfina che lo aiuti a dimenticare, non c’è più nessun conforto per lui nei miti greci che ama rileggere e neppure nelle lettere della moglie che è morta senza che lui potesse esserle vicino. Ma ognuno nasconde il suo segreto nella compagnia, il prete Simeon che ruba per poter continuare ad officiare una funzione religiosa a cui nessuno più attende, perché ormai tutti sono intrappolati in quello che lui chiama il labirinto dell’inferno, il maggiore Porfirio che diffonde volantini che incitano ad una rivolta contro una guerra che non è “altro che una partita di caccia voluta dalle classi dominanti”, l’ufficiale medico che conosce e nasconde i segreti di tutti.
“Solo ali di cera ci faranno uscire da questo inferno”, dice il generale, ma, invece di un Icaro che si innalza, c’è solo un pilota nella sua ultima missione di ricognizione, proprio in cerca delle truppe rimaste in Anatolia, che precipita con il suo aereo nel deserto. Arriveranno in una città, i soldati, sempre inseguiti dalle Furie che coloreranno di polvere rossa i muri e le strade, un presagio e un memento, rossa come il sangue dei due giustiziati- l’atto finale che chiude una marcia disperata segnata dalla follia che sembra essersi ormai impossessata di tutti, dal generale morfinomane al pilota operato al cervello, al prete che decide di restare e convertire i musulmani. E il mare a cui giungono infine appare come un miraggio, con le isole della Grecia in lontananza, e rovine di vecchi templi e sarcofagi che sprofondano nell’acqua- i resti di una civiltà agonizzante. Su un episodio di storia vera Panos Karnezis ha costruito un romanzo che ha la forza di un’epopea. Stilos ha intervistato lo scrittore, venuto a presentare il suo libro alla Fiera del Libro di Torino dove la Grecia è, quest’anno, l’ospite d’onore.

INTERVISTA A PANOS KARNEZIS



Lei è uno scrittore singolare: un greco che ha una laurea in ingegneria e vive in Inghilterra scrivendo in inglese della Grecia.
     Contrariamente a molti scrittori, io non scrivo da quando sono giovane. Ho sempre amato molto la lettura e ho letto molto, anche in inglese. Ho incominciato a scrivere per hobby, quando avevo trent’anni - adesso ne ho trentasei- e vivevo da quattro anni in Inghilterra dove ero venuto a studiare a Oxford per il Ph.D.. A poco a poco la scrittura è diventata sempre più importante per me, tanto da farmi lasciare il lavoro nell’industria per fare solo quello. Ho scoperto che il mio interesse per la cultura greca era aumentato, dopo che mi ero trasferito in Inghilterra, e forse è quello che accade naturalmente a chi emigra, perché si vive all’estero e si guarda con maggiore obiettività e distacco verso il paese da cui si proviene.

E ha iniziato la sua carriera di scrittore in modo opposto a quanto avviene di solito, con il genere più difficile dei racconti in “Tante piccole infamie”- anche se sono di un tipo particolare, collegati l’uno con l’altro.
     Ho pensato che scrivere dei racconti fosse la maniera migliore per imparare. Scrivendo racconti si può concentrare lo sforzo in una settimana, potevo insegnare a me stesso a scrivere un inizio e una fine. So che è il genere più difficile, ma un romanzo è anche più impegnativo, magari ci si mette un anno a scrivere un romanzo e poi ci accorge che non vale niente. Invece per un racconto al massimo butti via una, due settimane della tua vita, se non vale niente. Quanto a “Tante piccole infamie”, è stato solo dopo aver scritto sei o sette racconti che ho deciso di spostare l’ambientazione di tutti nello stesso posto e di far riapparire i personaggi. E’ stato molto più soddisfacente in questo modo, il libro è come un album di fotografie che, guardate una dopo l’altra, danno l’idea di un luogo.

Anche “Il labirinto” è un romanzo insolito: in parte, e in apparenza, è un libro di storia, e invece è qualcosa di interamente diverso. Perché le interessava questo episodio della storia greca?
    La guerra tra la Turchia e la Grecia si è combattuta alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1919 e il 1922, ed è stata molto importante, è la motivazione dell’animosità attuale fra i due stati. Mio nonno aveva preso parte a quella guerra e io sono cresciuto sentendolo raccontare della disfatta disastrosa. E tuttavia la trovavo interessante non solo come una storia di guerra, ma come un’allegoria della storia del secolo XX, di ogni guerra, di tutte le atrocità che soldati e civili devono affrontare nella guerra, quando si testimonia il fallimento di ogni credo religioso e politico, di amore e ideologie, e si cerca di aggrapparsi a qualunque cosa, come fa il generale Nestor con i miti.


E’ una storia di sconfitte, non solo dell’esercito, ma anche di tutti i personaggi.
     Esattamente. Come per il mio primo libro, non volevo scrivere la storia di un solo personaggio, volevo avere una visione più ampia, dei soldati nell’esercito e della gente di città. Volevo avere dei rappresentanti dei due gruppi, vedere come fronteggiavano la sconfitta. Il libro vuole essere anche ironico, nessuno dei personaggi è un eroe, tutti hanno i loro segreti: ne è un esempio il maggiore Porfirio che ha ricevuto una decorazione per un atto di eroismo che in realtà non era tale. E così la città che cerca di tenersi fuori dalla guerra, spera di non esserne toccata, e poi arriva l’esercito e vi porta l’orrore della guerra. Loro si interessavano solo della vita quotidiana, ma alla fine la pace della città è distrutta per sempre.

Forse si salvano solo il gobbo Yusuf e Annina.
    Forse sì, forse sono anche i più simpatici perché provengono da un ambiente del tutto diverso. A dire il vero non so quanto consapevolmente io li abbia fatti così oppure se si siano salvati da soli dall’orrore. Yusuf e Annina sono le persone che in un disastro perdono di meno perché hanno di meno da perdere, perché non hanno molto in partenza.


Ci sono anche due animali che hanno un ruolo importante, il cane che viene chiamato con due nomi, Caleb e Cerbero, e il cavallo.
    Tutti soffrono nella guerra e volevo inserire tra quei “tutti” anche gli animali, il cane, il cavallo, gli avvoltoi. Il cane è il compagno del prete, e anche il prete ha bisogno di ricevere e mostrare affetto. Gli sarebbe difficile avere un rapporto d’affetto con i soldati e per questo c’è il cane che lui chiama Caleb, che in ebraico vuol dire “colui che è perso nel deserto”, mentre il generale lo chiama Cerbero, il cane che è all’ingresso dell’inferno. Nessuno mostra affetto per il cavallo, ma quando poi se ne va, il caporale che è il suo proprietario ne sente la mancanza. In situazioni del genere, dove la gente è privata dell’umanità, si raggiunge un sentimento di cameratismo anche con gli animali.

I tre personaggi principali hanno ognuno un libro “sacro” a cui tengono più che a ogni altra cosa: il libro dei miti, la Bibbia, i testi di medicina.
     Verissimo, e bisogna aggiungere anche il maggiore Porfirio che ha i suoi testi sul socialismo: forse non li capisce bene, ma comprende che sono importanti. La mia intenzione era dire che la fede, non importa in che cosa, segue sempre le stesse regole: può essere fede negli dei, nei demoni, in un sistema politico, nella filosofia o nella scienza. E c’è dell’ironia nella figura del medico per cui Pasteur è come un dio, all’inizio lui crede che la scienza salverà il mondo e questo fa di lui un buon dottore. E anche in quella del prete che farebbe qualunque cosa per salvare la fede in Dio ed è pronto a sacrificare se stesso e la sua salvezza spirituale per far sopravvivere la religione.

Il romanzo è anche una nuova “Odissea”.

     L’Odissea è un libro di cui non si può fare a meno, se ne parlerà sempre perché vi si trovano tutte le situazioni che un uomo può sperimentare, prove e difficoltà, tribolazioni e disgrazie. A volte mi viene chiesto che cosa pensino i greci di oggi dei miti. I miti sono ancora importanti, i miti hanno una loro forza perché puoi ricondurre ogni situazione moderna ai miti di base. Devo dire però che non ero interamente consapevole di scrivere un’Odissea moderna.

L’epilogo del romanzo si distacca dalla storia raccontata.
    L’epilogo è simile al prologo: per capire il prologo bisogna leggere l’epilogo. Nello scriverlo volevo dare al libro un’accuratezza storica. Alla fine l’esercito abbandona l’Asia Minore, se ne va anche la minoranza greca per paura di rappresaglie. Restarono i musulmani e infatti si vendicarono, Smirne fu incendiata. La fine è simbolica: l’esercito va verso Ovest, i musulmani verso Est. E il libro si chiude con l’immagine dei musulmani che si coricano sotto le stelle e fanno addormentare i bambini raccontando loro dei miti: ecco, c’è questa credenza nei miti e la vita che inizia di nuovo, in maniera tradizionale.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



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giovedì 10 agosto 2017

Panos Karnezis, “Tante piccole infamie” 2003

                                               Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                             il libro ritrovato

Panos Karnezis, “Tante piccole infamie”
 Ed. Guanda, trad. Mariagrazia Gini, pagg. 293, Euro 14,50

    Un villaggio imprecisato, in Grecia. Un tempo imprecisato, tra la seconda guerra mondiale e oggi. Ma non ha importanza, perché il tempo si è fermato nel villaggio in cui la vita scorre immutabile e le date sono contrassegnate dagli eventi, l’ultimo mese che ha piovuto, l’anno del terremoto, oppure restano vaghe e nessuno sa quanto tempo è passato da quando gli abitanti sono stati avvisati della costruzione della diga. Un piccolo mondo circoscritto, dove non c’è la televisione e la linea ferroviaria viene a un certo punto disattivata. Passa una corriera traballante, per andare in città. Ci sono ventisette case, non raggiungono neppure il numero minimo per avere un sindaco. Questa l’ambientazione per le 19 storie del romanzo di Panos Karnezis, nato in Grecia nel 1967 e trasferitosi in Inghilterra nel 1992 per studiare ingegneria. Storie un po’ macabre, di un humour nero, correlate tra di loro per raccontarci la storia di un paese. Pochi personaggi hanno un nome: padre Yerasimo, il sacerdote che ha calcolato esattamente quando sarà la fine del mondo se i suoi parrocchiani non si pentono; Stella la zitella che accumula gioielli; Zaffiro la prostituta; il dottor Panteleon che non si è mai laureato in medicina. Poi c’è il grosso barista Balena, il Macellaio, il proprietario terriero, la levatrice, il capostazione. Una piccola infamia in ogni storia, il furto dei soldi sulla corriera, il poveraccio che muore nell’ufficio delle pensioni e nessuno se ne accorge, il ladro galante che incanta Stella con l’organetto. Crimini più grossi, qualche volta, come il padre che tiene le figlie legate a un collare, e tutti sanno in paese, ma non parlano. O il proprietario terriero che avvelena la moglie. O il macellaio che uccide il sindaco perché non gli dà più in sposa la figlia. Giustizia viene fatta, a volte in maniera sottile, in modo che nessuno risulti colpevole. A volte in maniera cruenta.
Ma l’arte di Karnezis è quella di raccontare dicendo pochissimo, costruendo un’atmosfera, colorando la scena di dettagli, lasciando il lettore libero di vedere l’insieme. Ci sono personaggi che ritornano in più storie perché hanno un ruolo importante nel paese, e altri la cui sorte era rimasta in sospeso in un racconto e trova la sua conclusione in un altro, come avviene per il ladro galante che chiede un permesso per uscire di prigione con un intento diverso da quello che pensavamo. E fa anche una fine diversa da quella che pensavamo. Qualche tocco di realismo magico nella figura dell’uomo centauro o nel pappagallo che impara Omero a memoria. Rarissime le incursioni del mondo esterno nel villaggio: una volta arriva come un turbine una fotografa che regala loro l’immortalità in uno scatto; una volta arrivano dei “cacciatori” in inverno, e questo è l’unico racconto in prima persona, perché questa è un’infamia che non ha radici tra risentimenti e ripicche, odi o rancori del paese, e la scena brutale ricorda quelle tristemente note dei rastrellamenti in tempo di guerra. Ma l’infamia peggiore deve ancora venire, e anche questa viene dall’esterno. La minaccia incombente sul villaggio fin dal terremoto iniziale si concretizza nella valanga d’acqua, causata dalla diga che pensavano non sarebbe mai stata costruita perché loro non la volevano, che spazza via le case e gli abitanti. La parola fine per il villaggio e per il romanzo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net