sabato 24 febbraio 2018

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, “Isola” ed. 2018

                                                            vento del Nord
            storia di famiglia


Siri Ranva Hjelm Jacobsen, “Isola”
Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 217, Euro 17,00


   Il fascino dell’isola. L’attrattiva di essere tra mare e cielo, via dalla pazza folla. Il senso di familiarità in un luogo dove conosci tutti e tutti ti conoscono.
   L’incubo dell’isola. La claustrofobia che prende per trovarsi stretto tra confini ben precisi. La limitatezza che si vede in un orizzonte che pare infinito. La sensazione di essere in prigione.
   Il desiderio di andare lontano e la nostalgia dell’isola: è tra questi due poli che oscilla il libro “Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, nata in Danimarca da genitori provenienti dalle isole Faroe, una storia di famiglia e la storia di un minuscolo arcipelago nell’Atlantico del Nord i cui abitanti sono divisi tra rivendicazioni di una propria identità e un’antica sudditanza alla Danimarca.
   L’io narrante è quello della scrittrice stessa e il primo personaggio della sua famiglia a cui ci introduce è quello della nonna Marita, in partenza da Suðuroy (la più meridionale delle isole Faroe) per raggiungere il fidanzato Fritz in Danimarca. Raramente, più avanti, Marita sarà chiamata con il suo nome- lei sarà Ommi, la nonna, e Fritz sarà Abbi, il nonno. La Tarantola è il padre della scrittrice, ‘l’estraneo’ dalle gambe lunghe che gli hanno meritato questo soprannome. Ci sono poi gli zii, fratelli di Abbi, una prozia, cugini di cugini. Nei luoghi piccoli come le isole tutti sono imparentati con tutti e i rapporti famigliari sono più stretti che in Danimarca- anzi, che povertà di affetti, che solitudine, in paragone, c’è in Danimarca!

   Marita parte, dunque. Quello che sappiamo subito è che è incinta, che ha fatto qualcosa per abortire e che un fagotto con un feto e stracci insanguinati verrà gettato in mare, prima di arrivare in Danimarca. Leggeremo dopo di Fritz che, emozionato, la aspetta, e di chi sia figlio il bambino che non ha fatto a tempo a diventare un bambino. Così come leggeremo, avanti e indietro nel tempo, di Fritz che faceva il pescatore e che non sopportava più la puzza di merluzzo e aveva deciso che voleva studiare, degli altri fratelli e della sorte dell’uno e dell’altro, quello che era partito per la guerra e per un anno non aveva dato notizie e quello che aveva perso una gamba. E lei, la scrittrice bambina che si vergogna di non saper parlare faroese  e che osserva che la sua Ommi lavora perfino a maglia in due modi, adattandosi a dove si trovi, muovendo i ferri come lo fanno le donne delle isole Faroe oppure alla maniera danese. Sa che Abbi ha sempre avuto nostalgia delle isole e, finché non è morta la Nonna, era solito dire, “Se non fosse stato per la tua Omma”, e voleva dire, ‘sarei tornato’. Perché per tutti loro, perfino per lei bambina, ‘casa’ era là nelle isole, dove si andava d’estate, dove le notti erano chiare, dove l’erba scintillava di più e l’aria era tersa, dove la gente beveva l’acqua di vita e le huldre uscivano dalla foresta per ammaliare i giovani che stavano per sposarsi. A casa la magia entrava nella vita quotidiana, come le leggende- quella della moglie gelosa di Re Cane-, come la storia tramandata a voce dei faroesi che sconfissero un esercito scozzese (il ritornello della canzone che ne cantava le gesta faceva, Ben prima dell’alba, vengono dalla brughiera), come la diceria sulle isole galleggianti- Mykines era un’isola galleggiante, diceva Abbi. Diceva che non era fissata al fondo ma che dormiva o faceva finta.

    Omma, la madre della scrittrice e la scrittrice stessa: tre generazioni e, come Siri Jacobsen dice, la migrazione si compie in tre generazioni- la prima ‘avverte il bisogno e porta in sé la volontà’, la seconda si sente sbagliata ma mantiene la spinta ‘a guadagnarsi l’inclusione’, la terza, infine, ha radici che ‘trepidano e frugano’, si porta dentro il viaggio come una perdita. E, tra le tante isole citate, è Itaca quella il cui nome appare più spesso. Itaca è l’isola desiderata e rimpianta, l’isola da cui si fuggiti in cerca di avventura e l’isola a cui si torna perché lì ci sono gli affetti, lì c’è il cuore.
   Con un linguaggio terso e poetico, Siri Jacobsen ci parla di problemi molto attuali e universali come l’emigrazione, lo smarrimento della perdita di identità e la sofferta ricerca delle proprie radici. E l’isola, allora, diventa, un luogo dell’anima, l’isola galleggiante che può essere qui, là, ovunque.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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Hitonari Tsuji, “Il Buddha bianco” ed. 2010

                                                                 Voci da mondi diversi. Asia
                                                                 la Storia nel romanzo
    
Hitonari Tsuji, “Il Buddha bianco”
Ed. Tropea, trad. Francesco Bruno, pagg. 252, Euro 17,50

Titolo originale: Hakubutsu

    Minoru si trovava, in compagnia di quattro o cinque soldati, in una trincea poco lontana dalla caserma. Fissava la distesa grigia e bianca che aveva davanti. Per il giovane, che fino ad allora non aveva mai lasciato il Kyushu, quel villaggio rappresentava tanto la sua prima esperienza del mondo esterno quanto la frontiera fra la vita e la morte.
   “Non ho nessuna voglia di morire qui” era il leitmotiv di quei giovani soldati. Era troppo penoso sacrificare la vita, foss’anche per la patria, in un paesaggio così desolato e così lontano sotto ogni punto di vista dal loro Giappone natale.


   Nella minuscola isola di Ono, nel Giappone meridionale, quattro bambini giocano: hanno infilato un petardo nell’ano di un rospo, lo faranno esplodere lanciandolo in aria. L’idea della bomba-rospo è di Minoru Eguchi, che continuerà per tutta la vita a inventare e brevettare le sue idee geniali- una mitraglietta, mini-trattori adatti per i piccoli appezzamenti di terreno giapponesi, un essiccatore di alghe, una rete munita di un trinciante da agganciare alle barche per facilitare la pesca delle alghe. E infine il Budda bianco, la più mistica delle sue creazioni, la statua gigantesca che uno scultore avrebbe fatto per lui con la polvere delle ossa di tutti i morti dell’isola.

   Per il lettore che riesce a distaccarsi dagli schemi della narrativa occidentale “Il Buddha bianco” dello scrittore giapponese Hitonari Tsuji (famoso non solo come scrittore, ma anche come cantante rock) si rivela un libro straordinario, uno di quei libri che riassumono l’esistenza nelle loro pagine: la vita con il frenetico avvicendarsi di gioie e dolori e la morte, fatta di quiete, di silenzio e di ritorno al nulla. La trama del romanzo è simile a cerchi concentrici che si allargano sull’acqua quando viene scagliato un sasso: il cerchio dal diametro minore è la storia dei quattro ragazzini che diventano adulti, il cerchio seguente è quella della famiglia Eguchi, segue la storia dell’isola e, infine, il cerchio più vasto che tutti li racchiude è uno squarcio sulla storia del Giappone nella prima metà del secolo XX.
    Dei quattro ragazzi solo uno si allontanerà dall’isola, farà il militare e sarà il primo a morire. Gli altri tre continueranno il lavoro dei padri ed è strano come questo lavoro abbia a che fare, in qualche maniera, anche solo simbolicamente, con la morte, in un intreccio inestricabile dalla vita. Perché il padre di Kiyomi è il custode del crematorio e quello di Tetsuzo fa il barcaiolo- avanti e indietro da una sponda all’altra per traghettare chi deve passare al di là del fiume. E’ inevitabile pensare al traghettatore di anime nell’aldilà e, inoltre, quanti corpi ha inghiottito quel fiume- morti suicidi, morti per un incidente. Come l’amante di Tetsuzo che si è tolta la vita dopo la morte di questi. Come il fratellino di Minoru, caduto in acqua mentre giocava con lui, che ritornerà sempre nei suoi pensieri per sempre bambino. D’altra parte non c’è una linea definita di demarcazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, ed è giusto e bello che sia così. I morti vivono finché ci si ricorda di loro e hanno la possibilità di un’altra vita reincarnandosi in qualcun altro: in questo modo si spiegano quelle strane sensazioni di déja-vu che prova ogni tanto Minoru, così come le proverà sua figlia Rinko.

La famiglia di Minoru Eguchi discende da un samurai, da lì l’arte di forgiare le spade che in seguito sarebbero state sostituite dalle baionette e poi in armi e ancora dopo in attrezzi agricoli o per la pesca. Minoru era poco più che un ragazzino quando era stato mandato a combattere in Siberia, nel 1919. Un’esperienza che lo avrebbe segnato per sempre. Nel gelo paralizzante, nella distesa bianca senza fine, in attesa di un nemico invisibile, quel posto era per lui “la frontiera tra la vita e la morte”. La morte Minoru l’aveva già conosciuta: era morto il fratellino, era morta la ragazza che era stata il suo primo amore. Ma la morte che Minoru avrebbe dato di sua mano ad un ragazzo dagli occhi chiari- quella era diversa. Minoru lo aveva ferito e poi lo aveva ucciso. Deliberatamente. Minoru si sentiva, Minoru  era un assassino.

     Da bambino Minoru aveva paura di essere stato contagiato, di aver preso la malattia della morte. Aveva chiesto se tutti dovessero morire, un giorno. Ma- e questa è la fantastica visione che Minoru anziano ha, infine- se si creasse un luogo di culto in cui venisse esposta la statua di un Budda fatto con le ossa di tutti i morti, questa sarebbe la maniera perché nessun morto fosse dimenticato, perché a tutti venisse reso omaggio, perché i defunti, trovandosi tutti insieme, non si sentissero mai più soli. Un Budda dalla grande faccia serena, dall’espressione di una dolcezza infinita. Un Budda che tutto sa, tutto comprende. Un Budda bianco di polvere di ossa, bianco come il colore del lutto.
     Leggiamo nella postfazione che il nonno dello scrittore è servito da modello per l’eroe del romanzo e che Hitonari Tsuji ha scritto il libro per cercare una risposta al perché suo nonno avesse costruito il Budda bianco dell’isola di Ono. Ci piace la risposta che ha trovato in un romanzo spoglio, poetico, esistenziale.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




mercoledì 21 febbraio 2018

Pietro Spirito, “Il suo nome quel giorno” ed. 2018

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                                             la Storia nel romanzo



Pietro Spirito, “Il suo nome quel giorno”
Ed. Marsilio, pagg. 180, Euro 16,50

    Quante tragedie nelle terre di confine. Quante tragedie ovunque, a ben vedere. Ma nelle terre di confine, terre di passaggio, i drammi di coloro che oggi chiamiamo ‘migranti’ si incupiscono con l’aggiunta di un rovello personale, su un’incertezza che riguarda la propria identità e la propria appartenenza che è destinata a diventare più grave e dolorosa nelle generazioni a seguire. Chi siamo? Qual è il paese che possiamo chiamare patria? Quello dove affondano le radici famigliari o quello dove si aggrappano con disperazione le nostre? Il caso di Giuliana Striano, la protagonista del romanzo di Pietro Spirito, è più complesso ancora.
     Giuliana Striano vive in Sudafrica. E’ separata dal marito, ha una bambina, Renata. Alla morte di sua madre scopre di essere un’altra, di avere un altro nome, di chiamarsi Giulia Vogric, di essere nata a Trieste in una data diversa da quella che risulta sul suo documento. E scatta in lei l’urgenza di sapere. Chi sia lei veramente, chi sia la sua vera madre, quale sia la storia che l’ha portata a darla (a venderla?) a degli sconosciuti che, peraltro, le hanno offerto il meglio possibile in un paese lontano da quello che è il suo. Giuliana scrive a tutti i possibili indirizzi da cui qualcuno sia in grado di aiutarla a ricostruire la storia della sua vita. Uno solo le risponde, archivista all’ente previdenziale dei marittimi di Trieste. Perché è un archivista, perché è abituato a rovistare nel passato e a ordinarlo per mantenerne le tracce.  Infatti segue le tracce di Giuliana che si chiamava Giulia, trova sua madre Vera.

   La storia di Giuliana/Giulia che, nel 2008 arriva a Trieste con la bambina, si alterna con quella di Vera nel gennaio 1961, in un campo profughi  che raccoglie quelli che sono fuggiti dalle terre cedute alla Jugoslavia di Tito dopo la guerra. Lo squallore del campo, la provvisorietà che è diventata definitiva per i più nonostante le promesse di alloggi migliori e di un lavoro, ci fanno pensare alle tante situazioni analoghe di anni più vicini ai nostri, agli sfollati da aree terremotate o alluvionate che hanno continuato a vivere per anni in tende o baracche di fortuna. Nel 1961 Vera è incinta, è poco più che una ragazzina, non sa che farsene di quella gravidanza, deve affrontare la vergogna dell’essere additata in quel campo dove vige uno stretto controllo della Chiesa e delle forze dell’ordine. Mente su chi sia il padre e accetta di dare via la bambina ad una coppia che non ha la gioia di avere un figlio.

     Può essere così facile la vita? Esiste il finale ‘e vissero felici e contenti’? si abbracceranno e ricuciranno un rapporto che non c’è mai stato, la giovane donna che arriva da Cape Town e la donna non più giovane che ha subito altre batoste e che ha sepolto nell’oblio quell’incidente così squallido nelle baracche di uno squallido campo profughi? C’è una cosa che Giuliana sa perfettamente adesso- lei non farà mai a Renata quello che sua madre ha fatto a lei. Possono le circostanze attenuare la colpa di una madre che vende una figlia?

    L’attenzione dello scrittore è centrata sulle due donne, ma il dramma non è solo loro. Ci sono dei personaggi maschili che vivono il dolore in una maniera tutta loro. Joze ritorna ogni anno al tunnel dove è morta la madre nella fuga a piedi dalla Jugoslavia- un tunnel fatto scavare dai tedeschi ai prigionieri accumulando morti a cui altre morti si sarebbero aggiunte in quella fuga disperata e scomposta del 1945- e le dedica silenziosi minuti di ricordo. Il padre di Vera, umiliato dall’ozio forzato, frustrato da inutili promesse di lavoro, addolorato dalla consapevolezza dello sfascio della sua famiglia, si uccide. Perfino l’uomo di cui Giulia porta il nome, ma che non è suo padre, fa una brutta fine. La guerra non termina con l’ultimo sparo (il titolo di un bel romanzo di Hugo Hamilton), fa le sue vittime ad anni di distanza.

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martedì 20 febbraio 2018

Florina Ilis, “Cinque nuvole colorate nel cielo d’Oriente” ed. 2012

                                                      Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
              love story
             il libro ritrovato

Florina Ilis, “Cinque nuvole colorate nel cielo d’Oriente”
Ed. atmosphere, trad. Mauro Barindi, pagg. 214, Euro 16,00
Titolo originale: Cincin ori coloraţi pe cerul de rasarit

Mi aveva affascinata il suo potere, con il suo modo naturale di dominare gli altri soggiogandoli. All’epoca era anche lui una marionetta, come tutti noi, quantunque per come si comportava non desse la sensazione di avere qualcuno alle spalle. Ho capito più tardi che siamo tutti dei burattini protagonisti di uno spettacolo in cui ciascuno recita il proprio ruolo, ma che possiamo diventare uomini neri per le altre marionette impegnate nel nostro stesso spettacolo o in altri addirittura, che si svolgono all’infinito sul grande palcoscenico della vita.

      Cinque personaggi per “Cinque nuvole colorate nel cielo d’Oriente”, il nuovo romanzo della scrittrice rumena Florina Ilis. Cinque personaggi invece della folla di bambini cenciosi e di ragazzini-bene che si erano impadroniti del treno delle vacanze nel bellissimo libro precedente, “La crociata dei bambini”, Tokyo come sfondo, invece di Bucarest e della Romania, un romanzo quasi schematico come un dramma del teatro Nō invece del grandioso romanzo corale che ci aveva stregato. E dei cinque personaggi, quattro sono due coppie- marito e moglie giapponesi, un rumeno che si trova in Giappone per lavoro e una donna rumena che pure lei lavora in Giappone, come accompagnatrice, o escort che dir si voglia- e uno è un robot di nome Qrin. Soltanto in un paese famoso per lo sviluppo della sua tecnologia un robot poteva diventare il personaggio di un romanzo, il sostituto moderno del Frankestein di Mary Shelley di duecento anni fa, l’anello di collegamento tra l’uomo e una qualche stirpe computerizzata che prenderà il suo posto in futuro, proprio come lo scimpanzé Carlos, nell’ultimo libro di Henning Mankell, era l’anello di congiunzione tra i nostri scimmieschi progenitori e l’uomo. A Qrin mancano i sentimenti per essere uguale agli esseri di carne e ossa (ricordate gli androidi di “Bladerunner” di Philip Dick?), per il resto…Qrin può anche morire o essere ucciso.

     Quattro personaggi parlano ognuno in prima persona nelle prime quattro parti del libro. La voce di Qrin conclude la vicenda parlando, però, in terza persona- ci pare quasi di sentire lo staccato del suono leggermente metallico della sua voce. All’inizio Darie, l’esperto di computer venuto dalla Romania, è convocato dalla polizia per identificare il corpo di una donna trovata morta: è la sua connazionale Lili, con cui Darie ha avuto una relazione? Forse sì, forse no. Lili lavorava per un’agenzia di accompagnatrici, di conseguenza non frequentava soltanto Darie. Anzi, contravvenendo alle norme del suo contratto, aveva un legame quasi esclusivo con Ken, marito di Kiyomi- la coppia giapponese del romanzo. Ma Darie era innamorato di Kiyomi. Se andava a letto con Lili, era perché Ken lo aveva spinto tra le sue braccia per allontanare da sé i sospetti della moglie, senza immaginare che pure lei lo tradiva.

   
    La vicenda segue i diversi intrecci d’amore dietro i quali ci sono le nevrosi dei personaggi, i loro complessi, i legami con la famiglia di origine, le storie delle loro vite. Pensando ancora al teatro Nō, sembra quasi che i quattro protagonisti indossino una maschera (l’unico che non ne ha bisogno è Qrin) e se la scambino, prendendo uno il posto dell’altro. E i loro movimenti sono lenti, come sul palcoscenico, come se fossero impacciati da rigide vesti di scena- la scrittrice indugia nella descrizione degli splendidi kimono indossati da Kiyomi, specialmente su quello, copiato da un antico modello, che porta nell’episodio chiave del romanzo, del gioco di carte in cui si devono completare dei versi di poesie classiche. Così c’è una certa rigidità nell’espressione dei loro sentimenti (ci stiamo avvicinando al tempo dominato dai Qrin che non provano nulla?), un certo qual distacco nell’esaminare le problematiche che inducono ognuno a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro- l’infanzia e la giovinezza in Romania per Lili e Darie, l’amore incestuoso di Ken per la madre, la crisi di identità di Kiyomi, figlia di un giapponese e di una inglese.


     Chi, come me, ha amato l’esuberante tumulto de “La crociata dei bambini”, non può non restare un poco raggelato dalla perfezione statica di “Cinque nuvole colorate nel cielo d’Oriente”. Apprezzando tuttavia l’audacia di cambiare totalmente genere, di presentarci un paesaggio nuovo, con qualcosa di antico e qualcosa di preso in prestito da un’altra cultura.

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Herta Müller, “Il paese delle prugne verdi” ed. 2009

                                                    Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
                                                            la Storia nel romanzo
       premio Nobel

Herta Müller, “Il paese delle prugne verdi”
Ed. Keller, trad. Alessandra Henke, pagg. 254, Euro 14,00

Titolo originale: Herztier

Quando stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo, diceva Edgar, quando parliamo, diventiamo ridicoli. Sedevamo da troppo tempo davanti alle foto sul pavimento. A forza di sedere , le mie gambe si erano addormentate.
   Schiacciavamo tante con le parole in bocca quante coi piedi nel prato. Ma anche col silenzio.
  Edgar taceva.
 Non riesco a immaginarmi alcuna tomba, oggi. Solo una cintura, una finestra, una noce e una fune. Ogni morte è per me come un sacco.
Se ti sentisse qualcuno, diceva Edgar, ti prenderebbe per pazza.

   Si intitolava “La letteratura necessaria” l’evento del Festival della Letteratura di Mantova che presentava come ospite Herta Müller, la scrittrice rumeno tedesca a cui è stato appena conferito l’alto onore del premio Nobel 2009 e di cui si era parlato poco finora in Italia. Succede, che la letteratura necessaria- necessaria per chi la scrive e per chi la legge- non sia nota quanto la letteratura di mercato. Succede, perché, riconosciamolo, c’è una letteratura che potremmo chiamare da ‘fast reading’, coniando il termine per analogia con ‘fast food’, e ci sono poi i libri che hanno uno spessore diverso, che devono essere assaporati in maniera differente, che corrispondono ad una esigenza profonda. Di eticità, di libertà, di umanità essenziale. E i romanzi di Herta Müller appartengono  a questo tipo di letteratura.
    Soltanto due libri di Herta Müller sono stati tradotti finora in italiano: nel 1991 la casa editrice Marsilio propose “Viaggio su una gamba sola”- la testimonianza tesa e addolorata di una donna ‘straniera all’estero’, costretta dal regime di Ceauşescu ad emigrare a Berlino, in cerca di una nuova identità per sé; lo scorso anno la casa editrice Keller ha pubblicato “Il paese delle prugne verdi”.

Un bel titolo, “Il paese delle prugne verdi”, anche se non corrisponde a quello originale, Herztier, “La bestia del cuore”. Perché le prugne verdi contengono in sé una minaccia di morte che serpeggia poi in tutto il libro. Il padre della bambina che diventa la ragazza che è l’io narrante della vicenda (la scrittrice stessa) raccomanda sempre alla figlia di non mangiare le prugne verdi, perché il nocciolo è morbido e, se lo si inghiotte, si muore. Più tardi si vedranno le guardie che si riempiono le tasche di prugne verdi, prima di allontanarsi in fretta, “Perché mangiaprugne era un insulto. Si chiamavano così gli arrivisti, i rinnegatori di se stessi, i leccapiedi privi di scrupoli usciti dal nulla, le persone che camminavano sopra i cadaveri. Anche il dittatore veniva chiamato mangiaprugne”.
     “Il paese delle prugne verdi” si srotola tra passato e presente, in una sorta di Bildungsroman della protagonista. Il passato con la madre, due nonne e un padre che era stato nelle SS e cantava ancora le canzoni inneggianti al Führer, in un paesino dall’atmosfera claustrofobica e oppressiva tanto quanto l’intera Romania di Ceauşescu che fa da sfondo alla narrazione principale del presente- l’amicizia di quattro studenti universitari, tre ragazzi e la scrittrice. C’era un’altra amica, Lola, e il libro si apre con la sua morte: Lola si suicida impiccandosi nell’armadio della stanza che condivide con altre tre ragazze. La morte come una via d’uscita da un paese senza libertà, in alternativa alla follia, oppure alla fuga.

    I quattro amici parlano spesso della possibilità di fuggire, tutti parlano di gente che è fuggita, di chi ce l’ha fatta, di chi è morto cercando di fuggire. Ma loro quattro sono giovani e hanno la forza dell’ideale che li sostiene: “Non volevamo abbandonare il Paese….Se il giusto dovesse andarsene, tutti gli altri potrebbero rimanere in paese”. Anche se verrà poi anche per loro il momento in cui devono lasciare il paese- prima però c’è la laurea, c’è il lavoro, ci sono quelle lettere in cui devono usare un linguaggio in codice per evitare la censura (“Per l’interrogatorio una frase con le forbicine per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase raffreddata. Dopo il titolo sempre il punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola”), ci sono gli estenuanti interrogatori del capitano Pjele che ha un cane con il suo stesso nome, c’è il licenziamento (“Quando perdemmo il lavoro, ci accorgemmo che vivere senza questa sofferenza sicura era peggio che vivere sotto la sua costrizione”), la richiesta del passaporto. E ancora minacce di morte e pedinamenti persino quando tre di loro sono ormai in Germania. E ancora morte- la morte simboleggiata dalle prugne verdi- simulata dietro incidenti mortali. O suicidi, proprio come era avvenuto a Lola.

     “Il paese delle prugne verdi” sarebbe un libro nerissimo e disperato se non fosse per lo stile scelto da Herta Müller, per l’uso della metafora che cela le immagini più crude e attenua la realtà, per la poesia che affiora in ogni pagina e si annuncia nei versi di Gellu Naum in apertura, per anticipare il tema del libro: Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola/ così è  infatti con gli amici dove il mondo è pieno di terrore...

Un libro necessario, per tutti noi che siamo convinti di vivere in un paese libero.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


domenica 18 febbraio 2018

Barbara Bellomo, “Il terzo relitto” ed. 2017

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
         cento sfumature di giallo

Barbara Bellomo, “Il terzo relitto”
Ed. Salani, pagg. 376, Euro 16,90

      Isabella De Clio, l’archeologa che già abbiamo conosciuto ne “La ladra di ricordi”, è vicedirettore del museo di Avola. Sono passati due anni da quando era a Todi e tornare nella sua Sicilia le ha reso più facile abbandonare il sogno di amore per il commissario Caccia a cui però continua a legarla un filo di rimpianto. Se esiste il caso, una sosta non programmata di Isabella a Genova mentre si reca ad un convegno la spinge ad un altro dei suoi furti ‘forzati’, dettati da una spinta interiore al di fuori del suo controllo, e questa volta si tratta di un microfilm su cui le è caduto l’occhio in biblioteca. E’ un antico documento proveniente dalla Tunisia che suggerisce una rilettura della famosa battaglia navale delle Lipari combattuta da Gneo Cornelio Scipione nel corso della seconda guerra punica del 260 a.C. Il papiro originale parla di tre navi affondate nei pressi delle isole Eolie, anzi, dice esplicitamente che le navi sono state volutamente affondate, evidentemente perché non cadessero in mano nemica- trasportavano un carico prezioso. E però, come Isabella scopre ben presto, due di queste navi sono già state ritrovate da un noto ricercatore marino, Paul Anderson, e dal suo collega Tridente. Nessuno ha mai parlato di reperti di valore al di là di quello, già di per sé inestimabile, delle due trireme di epoca romana. Inoltre il ritrovamento delle navi affondate è purtroppo associato alla tragica morte di una ragazza, una sub esperta, per cause rimaste poco chiare.

    Il romanzo di Barbara Bellomo si svolge seguendo la stessa tecnica narrativa de “La ladra di ricordi”. Ci sono in realtà due filoni che creano un’atmosfera di suspense, uno nel presente e uno nel passato. Quest’ultimo serve per giustificare l’altro ma ha il pregio di avvicinarci ad una Storia lontana, di far rivivere personaggi avvolti nel mito- un console al cui nome era stato aggiunto il soprannome ‘Asina’ perché si diceva temesse il mare e forse, invece, un’altra interpretazione si poteva dare a quell’Asina, più consone all’incarico di prestigio che gli era stato conferito dopo la sua liberazione dalle carceri cartaginesi-, e di consentirci di seguire da vicino una battaglia navale in cui i romani intendevano sperimentare la nuova arma dei rostri. Le scene del 260 a.C. nel Mare nostrum hanno lo stesso fascino di quelle del presente, quando Isabella si immerge con Paul Anderson, dopo aver localizzato il terzo relitto. Uno scenario incantevole. Se nel filone del passato cerchiamo di indovinare tra le righe quale sia il carico delle tre navi e il piano che si cela dietro il loro affondamento, in quello del presente Isabella rischia la vita per scoprire la verità dietro la morte di Carla, la sub che tanto le assomigliava e che è morta una ventina d’anni prima per una decompressione troppo veloce, inspiegabile per un’esperta di immersioni come lei.

   C’è un terzo filone ancora da seguire, ne “Il terzo relitto”, ed è quello più intimo e personale della protagonista Isabella, una ragazza ‘malata’ di cleptomania nel tentativo di afferrare i ricordi, incapace di dimenticare il tradimento del padre, diffidente verso tutti gli uomini, con la propensione ad innamorarsi delle persone che non sono libere di ricambiare il suo amore- forse la paura è troppo forte, forse non vuole in realtà legarsi a nessuno, forse non riesce a credere che l’amore possa essere per sempre? E il lavoro che svolge, la passione per i reperti, anche questi svelano la sua fragilità, la ferita mai sanata dell’abbandono e del disinteresse paterno- “E poi, quando si studia il passato, c’è il filtro del tempo e non si rischia di farsi del male”.
   Bella la scrittura di Barbara Bellomo, splendida l’ambientazione (ci sembra di sentire in bocca il gusto della granata alle mandorle sotto il sole di Avola), scorrevoli e affascinanti gli scorci storici, intrigante la trama e molto, molto amabile, con le sue debolezze, la protagonista dai capelli rossi.

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la scrittrice Barbara Bellomo sarà presente, insieme a Rosa Teruzzi, a Tempo di Libri sabato 10 marzo 2018.



    

sabato 17 febbraio 2018

Barbara Bellomo, “La ladra di ricordi” ed. 2016

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia
                                                                      cento sfumature di giallo
         il libro dimenticato

Barbara Bellomo, “La ladra di ricordi”
Ed. Salani, pagg. 312, Euro 15,90


   Aveva sette anni la prima volta che aveva rubato qualcosa- una lente di ingrandimento di suo padre, un entomologo, che andava via di casa per stare con una donna più giovane. Voleva un ricordo di lui. E questo sarebbe stato il modello che avrebbe ripetuto in seguito. Mani sudate, battito del cuore accelerato: erano il segnale che ‘stava per’ farlo di nuovo, che qualcosa reclamava di essere preso da lei, accumulato in una scatola. Dopo le scatole erano diventate due, tre…
   Isabella De Clio, siciliana, ventotto anni, archeologa, appassionata studiosa, ricercatrice, in lizza per un posto come direttrice o vicedirettrice di un museo, capelli rossi, un metro e ottanta di altezza, è una cleptomane, una ladra, detto brutalmente. Oppure, detto in maniera più gentile, una collezionista di ricordi. Che poi è una sfaccettatura del suo amore per la Storia- esiste solo quello che diventa storia. Voglio far rivivere oggetti e persone dimenticati nel tempo.

 “La ladra di ricordi” di Barbara Bellomo ci trasporta indietro nel tempo, al primo secolo avanti Cristo, e la narrativa si sposta tra il presente a Todi, dove Isabella ha appena terminato il libro sui cammei di epoca romana da presentare alla Fondazione museale per la selezione finale, e il 60 a.C. a Roma dove Clodia, ancora bambina, viene data in sposa ad Ottaviano e riceve in regalo dalla madre Fulvia uno splendido cammeo su ametista. A Todi un professore riceve una telefonata da un’anziana signora che gli vuole parlare di un cammeo, che dice in maniera confusa che qualcuno adesso rivuole indietro il cammeo. Poco dopo la signora viene trovata morta nel suo appartamento. Del cammeo di cui aveva parlato non c’è traccia, se ne trova soltanto una fotografia sgranata.

     Chi ha assassinato la povera Luisa Velio? Dove è il cammeo adesso? Come aveva fatto la Velio ad entrare in possesso del cammeo? Che storia lontana nascondeva questa preziosa reliquia del passato?  E quale era la sua storia più vicina nel tempo, attraverso quali mani era passata? Questi sono gli interrogativi che trascinano la trama a passo veloce, con un commissario al cui fascino Isabella fatica a sottrarsi (è sposato ed Isabella non farebbe mai ad un’altra donna quello che è stato fatto a sua madre), sottotrame di beghe e rivalità universitarie, vecchie vicende di un passato lontano che affiorano in una fotografia con persone che forse è importante rintracciare, flash sull’antica Roma e su personaggi che abbiamo conosciuto con il volto coperto dalla maschera della Storia ufficiale. E lei, Isabella, la ricercatrice storica che applica a questo caso lo stesso metodo che impiega nello studio e sfrutta pure il il vizio  che finora solo sua madre aveva smascherato, percorre tutte le pagine del romanzo e riesce infine a dare una svolta risolutiva alle indagini. Un bella figura, l’algida Isabella, nella sua integrità personale e sul lavoro- che lei rubi ricordi ci appare marginale.

     Barbara Bellomo (una laurea in lettere e un dottorato in Storia Antica) ha saputo mescolare generi diversi in un romanzo che è, certamente, un ‘giallo’ prima di tutto, ma che si arricchisce anche di altro. Il tuffo nella storia dell’antica Roma è affascinante- la storia della piccola Clodia che va sposa ad Ottaviano e ha paura di quello che l’aspetta anticipa nel tempo l’atteggiamento di diffidenza della bella Isabella verso tutti gli uomini, tutti possibili traditori come suo padre. A questo punto, però, il filone ‘rosa’ acquista una sfumatura più intensa e quasi commovente con il personaggio dell’anziano professore tuttora perdutamente innamorato della moglie che avrebbe voluto accompagnare nell’aldilà quando è morta e che si improvvisa padre adottivo dello scapestrato nipote della donna assassinata- quasi a dire che vale la pena mettersi in gioco, sempre, per amore, amore per un uomo, o una donna, o un figlio, o il sostituto di un figlio.

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Barbara Bellomo sarà presente a Tempo di Libri sabato 10 marzo