domenica 8 ottobre 2017

Boris Pahor, “Necropoli” ed. 2008

                                               Casa Nostra. Qui Italia
                                              seconda guerra mondiale
                                               il libro ritrovato

Boris Pahor, “Necropoli”
Ed. Fazi, trad. Ezio Martin, pagg. 263, Euro 16,00

   Non saprei dire se è un bene o un male che un libro dell’importanza e del valore di “Necropoli” di Boris Pahor ci giunga finalmente nella traduzione, quarant’anni dopo essere stato scritto in sloveno. Un male perché sentiamo che mancava qualcosa alla nostra conoscenza di quanto è accaduto durante la seconda guerra mondiale, perché non abbiamo tributato tutto l’onore e il rispetto dovuto ad un sopravvissuto, un bene perché è un libro che risveglia la nostra memoria e le nostre coscienze, riproponendoci l’orrore di quanto dovremmo impegnarci con tutte le nostre forze affinché non accada mai più.
     Boris Pahor è nato nel 1913 a Trieste, quando la città era ancora sotto il dominio austro-ungarico. Laureato in Lettere all’Università di Padova, fu arruolato nell’esercito e mandato a combattere in Libia nel 1940. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si unì ai partigiani sloveni che operavano nella Venezia Giulia, fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof prima, a Dachau e Bergen Belsen poi. Riuscì a sopravvivere a questa tremenda esperienza perché fu impiegato come infermiere nel Revier dei campi. Sopravvivere: un verbo che non è adeguato per nessuno come per chi era ancora vivo al momento della liberazione, che si aggrappava ad un filo di vita pur domandandosi se valeva la pena di continuare ad essere, in un mondo che aveva permesso che accadesse quanto era accaduto. E se era una colpa il fatto stesso di essere un sopravvissuto, se il respiro del vivente aveva significato che un altro morisse in sua vece.
memoriale del campo di Natzweiler- Struthof
C’è un episodio che Boris Pahor ricorda con strazio- nei primi tempi del suo internato aveva scambiato delle sigarette con un pezzo di pane. Ecco, se avesse regalato le sigarette all’altro prigioniero senza portargli via il pane, forse questi sarebbe vissuto. Almeno qualche giorno in più. Ad ogni pagina, ad ogni riga del libro di Pahor viene da chiedersi ‘se questo è un uomo’ e monta in noi la pena e la compassione per gli internati dei campi, l’orrore per le scene quotidiane, il tremendo lavoro nella cava, quel salire i gradoni con il carico di massi, rotolare giù, accasciarsi, subire le percosse. La fame divorante, il gelo da cui era impossibile trovare riparo. L’abbrutimento del dover defecare stando in piedi, perché manca la forza di accoccolarsi. E le malattie di cui Boris Pahor è testimone e che cerca, con i miseri mezzi che ha a disposizione, di alleviare. Diarrea e tubercolosi, tifo e flemmoni. Ferite infette e chissà che altro.
Già solo i corpi che Pahor descrive sono una malattia- gambe che sembrano ramoscelli che salgono verso la forcella del pube, piccoli crani rasati, occhi affossati nelle orbite. Quando questi corpi diventano cadaveri, c’è una lunga tenaglia che li afferra per il collo per trascinarli sul mucchio. Se questo è un uomo. E parimenti sentiamo salire in noi una rabbia impotente e un dolore a cui non c’è rimedio. Alleviato, ma solo in maniera infinitesimale, dagli sprazzi di calore umano di cui Pahor ci parla. Dai piccoli atti di generosità, dal sussistere di una qualche reazione affettiva in quell’inferno, perché sì, questo vuol essere un uomo.
campo di Natzweiler- Struthof nel disegno di un detenuto, Henri Gayot

    Boris Pahor scrive le sue memorie-testimonianza dopo una visita al campo di Natzweiler-Struthof in cui era stato rinchiuso- difficile dire quale sia il trauma maggiore, se il rivedere lo scenario di tante sofferenze e umiliazioni, il riaffiorare di ricordi, quasi che fantasmi si aggirassero in quei luoghi (e non molto diversi dalle ombre spettrali degli uomini di allora), oppure il constatare quanto poco il filo spinato, le baracche, le torrette, dicano ai visitatori di oggi, turisti superficiali e distratti in luoghi in cui solo la parola ‘turismo’ è una profanazione. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


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